È colpa mia – Domenico Wanderlingh
Secondo caso per l’ispettore Anita Landi, già incontrata a maggio 2021 ne “Il passato non si cancella“, che sanciva il suo esordio nel panorama narrativo del giallo ambientato a Milano. Un personaggio originale, di provenienza dalla fucina in realtà sportiva (come altri altisonanti esempi nostrani, da Tomba alla Vezzali), travolta da uno scandalo che non solo le ha portato via il fratello ma addirittura il sogno di gareggiare alle Olimpiadi. Anita è un ex atleta, e di quel periodo agonistico reca ancora in sé molte caratteristiche: è infaticabile, implacabilmente disciplinata, esigente fino allo stremo soprattutto su se stessa, ma è una donna con una tragedia personale alle spalle, che non ha ancora né potrà mai superare, che la porta ad essere arrabbiata, solitaria e spigolosa.
Quando avevo recensito il primo romanzo (non in ordine storico, ma nella mia personale libreria) di Domenico Wanderlingh, avevo apprezzato la scrittura ma stigmatizzato la quantità di personaggi e la non completa credibilità di alcuni di loro, peraltro centrali ne Il passato non si cancella. Chissà, magari mi ha letto, o magari il mio gusto ha coinciso con quello del suo editor, fatto sta che in “È colpa mia” i due bonaccioni ospiti di Anita restano a Milano, defilati, e la Landi parte per Città di Castello dove opera non più in un regolare commissariato ma addirittura come ispettore inviato dal Ministero a verificare la regolarità di una indagine che ha portato in carcere Chiara Corsi, avvocato di grandi prospettive e capacità, accusata di più omicidi.
Anita comincia questo nuovo incarico senza molti entusiasmi: è in congedo perché non sa se proseguire in questo mestiere, non ha sogni, soffre di claustrofilia, per distrarsi e sfogarsi tira di taekwondoo.
Giacomo (che dopo l’aggressione con cui si chiudeva il romanzo precedente ha subito due interventi al volto) e Francesco, a casa dei quali continua a vivere, come due ziette amorevoli si preoccupano per questa atarassia e in qualche modo sono fautori del cambiamento, dell’incarico lontano da Milano, nella speranza che risvegli nella loro amica autostima e spinta vitale.
Per Anita sono subito dolori: appena arrivata a Perugia, percepisce di essere pedina di un gioco ad incastro molto più grande di lei: la Pm assegnataria del caso di omicidio plurimo, di cui accusata la Corsi, è in predicato per essere promossa alla DDa e vede quindi di pessimo occhio l’ingerenza della giovane Landi la quale, per altro, non agisce come un qualsiasi polveroso ispettore ministeriale, non si limita a leggere e fotocopiare il contenuto del fascicolo ma, come sperato da molti, abbraccia la causa e si mette di lena in una contro-inchiesta che porterà al ribaltamento dei ruoli e delle responsabilità.
Il personaggio evolve, riuscendo persino a rivedere un ex fidanzato di gioventù e trascorrervi qualche momento spensierato, a farsi apprezzare da Cecilia (la pm inizialmente riottosa) e a cambiare intendimento sulla stessa Chiara Corsi, di cui inizialmente è poco fiduciosa.
Un romanzo ancora una volta denso di personaggi, stavolta molto più credibili e portatori di un ruolo nella trama: molte le vittime, molti gli inquirenti e le piste collegate, molti i colpi di scena. Evidentemente a Wanderlingh non piacciono le storie col perimetro definito, dentro cui inserire un numero determinato di interpreti. Ora che l’ho capito trovo sia uno dei suoi marchi di fabbrica. Ma è un altro l’elemento che più ho apprezzato, in senso assoluto, indipendentemente dalla storia e dal suo svolgersi.
È un elemento che voglio celebrare qui, in queste poche righe, perché potrebbe sfuggire a molti e io stessa ho rischiato di perderlo, imbattendomi solo per caso negli indizi che, una volta approfonditi, mi hanno fatto scoprire questo aspetto così tenero, così apprezzabile.
Domenico ha pubblicato molto autofinanziandosi in passato e, come sappiamo, quel genere di editoria ha dei sostenitori ma ha soprattutto delatori e critici. Non entro nel merito della questione perché mi dilungherei inutilmente sviando dal core della questione.
In quei primi libri (L’oscurità di Chiara, Barbara non si dimentica) la protagonista è … Chiara Corsi, avvocato umbro bellissima e capace, costretta a lasciare la sua città dopo un fatto personale tragico (ha perso marito e figlioletto in un incidente di bicicletta), che approda a Milano in un grande studio legale dove porta a termine fruttuosamente alcuni casi intricati.
Ecco la generosità dell’autore: se Chiara Corsi non gli ha portato la notorietà che invece deve ad Anita Landi, lui non la abbandona, non la mette da parte a favore del più riuscito o forse solo più fortunato nuovo personaggio femminile, molto diverso dal primo: le fa addirittura incontrare e consente alla giovane di risolvere il caso della più matura (in senso di creazione narrativa).
Ho trovato questa architettura assolutamente deliziosa, un omaggio dell’autore al personaggio con cui ha cominciato e a cui si è dovuto per un certo tempo allontanare, per tentare altre strade creative o per suggerimento altrui, magari editoriale.
Ci sono molti esempi in cui un autore riprende una storia, magari scritta inizialmente come un racconto, oppure crea spin off di narrazioni precedenti, enfatizzando soggetti che dapprima erano secondari.
Ma qui Domenico ha compiuto un gesto diverso.
Ora è un autore noto, di cui si leggono critiche positive. L’ispettore Landi, la sua giovane “figlia” narrativa, sta lì col suo smalto ed il suo carattere a dargli fama. Lui, che è stato portato alla ribalta, o comunque ad una migliore ribalta, si gira un attimo indietro e fa qualche passo, raggiunge Chiara Corsi, la prende per mano, e la presenta ad Anita. Non la dimentica e non la lascia indietro.
Se fosse una foto, sarebbe quella di un uomo tra la propria madre (a cui deve molto) e la propria figlia (che gli dà tante soddisfazioni).
Almeno, io la vedo così.
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