Ciao ciao commissario – Giacomo Faenza
Mentre sta dedicandosi al suo hobby preferito – tradurre le Satire di Orazio in pieno orario d’ufficio (pochi istanti di mistica felicità da latinorum) – il commissario Pirrone viene interrotto causa rinvenimento di cadavere di donna di origine caucasica. Salta quindi sulla pantera della polizia condotta dal muscoloso e piacente agente semplice Esposito e, assieme all’agente scelto LoCascio, rromano de Roma, nostalgico dell’epoca in cui “c’era lui”, si ritrova in un bosco sul Monte Gelato dove, dal terriccio appena smosso, spunta una mano che lo implora di renderle giustizia.
Quello con l’arto della prostituta straniera uccisa è solo il primo di una cospicua serie di incontri prodigiosi che, insieme alla passione per le lingue morte e il mondo classico, fa del protagonista di Giacomo Faenza un personaggio unico nel suo genere, interessante e stimolante per qualcuno, divertente per tutti.
Pirrone non ha nome, è vedovo, ha cinquant’anni vissuti nella convinzione (errata) di essere un mediocre ed un fallito: avrebbe voluto dedicarsi agli studi letterari ma, diventato padre da giovanissimo, ha sparato candidature a tutti i concorsi in essere ed ha abbracciato il primo incarico vinto. Così è diventato, quasi suo malgrado, un valente commissario, ligio al dovere, affezionato allo Stato, un incorruttibile poco politico. Così non ha fatto carriera.
Il caso della prostituta si rivela immediatamente molto complesso: nessun indizio per identificarla, nessun cristiano che ne rivendichi la scomparsa, ad un bel momento ne viene addirittura trafugato il corpo, azzerando così ogni speranza di successiva individuazione.
Pirrone e la sua squadra brancolano nel buio, incalzati poco costruttivamente da Stefania Righi, la giovane, belloccia ed arrogante pm a cui assegnata la direzione delle indagini. Una arrivista ignorante, figlia del nepotismo più tradizionale (lo zio consigliere di cassazione presiedeva la commissione che l’ha promossa sul podio del concorso di magistratura), che fa strage di congiuntivi sull’altare delle mode superficiali (e quindi seguitissime) del momento, in primis il bisogno di declinare tutto al femminile per combattere il patriarcato, immediatamente seguito dalla smania di combattere i femminicidi a botte di interviste sui quotidiani.
Nulla e nessuno pare venir a dar manforte a Pirrone, ostracizzato anche nel simposio della sedicente cultura capitolina, dove lui è l’unico a partecipare per amore sincero verso i classici, mentre attorno è tutto uno stringere mani e far ballare l’occhio in cerca di nuove alleanze, sino al topos sorrentiniano del trenino finale sulle note di Brigitte Bardot.
Lo consola il pensiero di Anna, quella figlia che rappresenta il suo riscatto sociale, il sogno che si traduce in realtà, quella bambina che non si è mai piegata alla mancanza di una madre ma che è fiorita tra buone letture e principi saldi, ed ora è a San Francisco ad insegnare all’università.
Attorno a Pirrone si muove una compagnia teatrale invisibile, straordinariamente corretta dal punto di vista storiografico: i personaggi (tutt’altro che immaginari) che circondano il commissario sono filosofi (Epicuro, Socrate), poeti (Marziale), uomini noti del passato (Carlo Magno, Mussolini, Giulio Cesare) ed eroi della letteratura greca (Edipo, Antigone). Lo avvicinano e gli parlano, per la maggior parte lo sgridano, lo sfidano, lo scuotono… e gli forniscono chiavi di lettura che si tramutano in guizzi d’ingegno capaci di dare impulso alle indagini. Sino ad un exitus inimmaginabile, alla fine del terzo atto, in perfetta aderenza ad uno schema di sceneggiatura di cui Giacomo Faenza è esperto.
Un romanzo colto, scritto da una persona coltivata ma modesta, che ama dichiarare di averlo realizzato “camminando sulle spalle dei giganti” e che lo ha disseminato di citazioni occulte e di omaggi a grandi penne, da Manzoni a Dante (che per Giacomo ha saccheggiato l’Eneide, “tanto non esisteva il copywright”) fino ad Umberto Eco e Musil. Una narrazione che sdogana definitivamente il giallo da “lettura da ombrellone”, come veniva giudicata un tempo e come ha ricordato l’agente letterario che ha curato questa pubblicazione – il bravissimo Manuel Figliolini – a cartina di tornasole del mondo attuale, a denuncia vibrante di tutti quegli italiani che sanno leggere l’attualità e dolersene, ad accenno nostalgico per la cultura vera, che ormai sembra essere solo quella di un tempo, mentre anneghiamo nel qualunquismo e nell’appiattimento morale.
Ktema es aiei è l’epigrafe di Ciao ciao commissario, considerata la summa dell’eredità lasciataci da Tucidide: si può imparare dal passato. Facciamone tesoro.
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