Per Fazi Editore, collana Darkside, è in edicola dallo scorso 7 ottobre il sorprendente romanzo d’esordio di Stephanie Wrobel, tradotto da Donatella Rizzati e intitolato “Cara Rose Gold” (nella versione originale “Darling Rose Gold”, Simon & Schuster, 2020).

L’autrice, cresciuta a Chicago ma residente nel Regno Unito, prima di dedicarsi alla scrittura è stata copywriter creativa presso alcune agenzie pubblicitarie, ha conseguito un diploma di scrittura creativa all’Emerson College (mfa – Emerson’s Creative Writing) e ha pubblicato alcuni racconti sulla rivista letteraria “blr” (Bellevue Literary Review). Nel 2022 uscirà (prima nei paesi anglofoni, poi verosimilmente anche in Italia) il suo secondo romanzo (“This Might Hurt”). Ma andiamo per gradi e godiamoci intanto questo primo titolo, già finalista all’Edgar Award, tradotto in sedici paesi e in testa alle classifiche di vendita.

Rose Gold Watts è una piccola donna fragile e sfortunata, cresciuta con la consapevolezza di essere malata. Ogni suo ricordo rimanda ai suoi disturbi e alla sua malattia. Ha un difetto cromosomico, è debole, sempre raffreddata. Perde i capelli a ciocche, così deve rasarli e indossare una parrucca. Ha un sondino al naso per respirare, a causa delle sue diffuse allergie. Deambula grazie ad una sedia a rotelle. I primi diciotto anni della sua vita sono stati costellati da diagnosi e da quei maledetti sintomi, che non sono mai andati via. La sua infanzia è sempre stata diversa da quella dei suoi coetanei. Niente parco divertimenti per lei, ma ambulatori e ospedali. Niente animatori, ma medici, nessuno dei quali è riuscito a comprendere cosa non andasse in lei. Nessun intervento, nessun consulto, nessuna terapia è riuscita mai a rivelarsi efficace e risolutiva, a restituirle una vita migliore.

Un giorno però, all’improvviso, arriva una scoperta inaspettata e atroce. Come un fulmine a ciel sereno arriva la notizia più bella di tutte e al tempo stesso la più brutta: Rose non è affatto malata, non lo è mai stata. La malattia non c’entra col suo stato, non c’è mai entrata. La sua malattia si è sempre chiamata Patty. Sua madre. Proprio lei, quella donna che sembrava rinunciare a tutto per dedicare ogni istante a sua figlia, in realtà aveva architettato la più incredibile messinscena, aveva convinto tutti (medici, vicini e sua figlia stessa) dell’esistenza di una malattia immaginaria. C’è sempre stata lei dietro ogni suo problema. Lei e i veleni che le metteva nel cibo. La sua amorevole madre si rivela d’un tratto un essere ripugnante, un orco che ha commesso e reiterato per anni un reato orribile, che le ha derubato l’infanzia e l’adolescenza. Ce n’è abbastanza perchè Rose si convinca a testimoniare contro di lei, che viene condannata a cinque anni di carcere, per abuso di minore.

“Mia figlia non era obbligata a testimoniare contro di me. Ha scelto lei di farlo. È stata colpa di Rose Gold se sono andata in prigione, ma non me la prendo solo con lei. Se dobbiamo proprio puntare il dito, il mio è diretto al pubblico ministero e alla sua fantasia smisurata, alla giuria credulona e ai cronisti assetati di sangue. Tutti a invocare giustizia. Ma quello che volevano era una storia”.

E così, mentre Patty è in galera, affatto pentita del proprio operato, Rose Gold si affaccia all’età adulta col non semplice obiettivo di riprendersi la sua vita e costruirsi un futuro. Il punto di partenza potrebbe essere Phil, il ragazzo con cui da tempo intrattiene una relazione virtuale; oppure Alex, la sua amica d’infanzia. Ma soprattutto potrebbe essere suo padre, un uomo che Rose non ha mai conosciuto e che ha sempre creduto morto, perché sua madre le ha mentito perfino su questo. Suo padre ha una compagna e tre splendidi figli, e Rose intravede la speranza di avere una nuova famiglia. Qualcosa però va ancora storto, ma stavolta Rose non è disposta a subire inerme l’ennesima ingiustizia che le riserva la vita. Cinque anni passano e Patty esce di galera. Non ha un posto dove andare, sostiene di aver perdonato la figlia per aver testimoniato contro di lei, e la implora di accoglierla con sé. Ma queste due donne sono davvero in grado di dimenticare e di perdonarsi reciprocamente? E soprattutto vogliono farlo? O la loro nuova convivenza non prelude piuttosto a nuovi sotterfugi, manipolazioni e bugie? A un duello psicologico che potrebbe condurre a una spietata resa dei conti?

Come ha avuto modo di dire Lee Child questo thriller psicologico è sospinto da due protagoniste complesse, difficili da dimenticare, che alimentano la storia come un vero e proprio reattore nucleare. Poco importa se funzionano meno i personaggi secondari, dal momento che Patty e Rose sono il cuore pulsante dell’intera storia. Due personaggi forti e inquietanti, due donne con un passato sofferto e legate tra loro da un legame di sangue, morboso, di profondo odio-amore.

La scrittura risulta veloce, ritmata, pungente e capace di tenere continuamente il lettore sulle spine, mentre lo sviluppo narrativo del racconto segue in parallelo la storia attraverso l’alternarsi del punto di vista della madre e della figlia.

Il romanzo, ambientato in una cupa e profonda provincia americana (i protagonisti vivono in un anonimo ranch nella cittadina immaginaria di Deadwick, nel bel mezzo di estensive coltivazioni di granturco), ha anche il merito si sollevare il velo su una sindrome molto poco conosciuta che si chiama “Sindrome di Münchhausen per procura” (tema affrontato anche da due recenti serie televisive come “The politician” e “Sharp Objects”, quest’ultima a sua volta adattamento televisivo di un romanzo di Gillian Flynn del 2006) e quello di affrontare il tema dell’amore malato e diabolico di una complessa relazione mentale e sentimentale tra madre e figlia, rovistando nei meandri paludosi della maternità e dell’affettività.

Cara Rose Gold
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Cara Rose Gold
  • Wrobel, Stephanie (Author)