“Andate in pace, l’udienza è finita”. Basta una frase così, se pronunciata da una giudice civile, grassottella e bonaria, per fartela subito simpatica. Aggiungi poi che vive e lavora in un immaginario grazioso paesino in provincia di Lucca, dove il paesaggio è strepitoso (e l’autrice deve conoscerlo bene, visto che ha esercitato lo stesso ruolo a Montepulciano) e le amicizie sincere, dove esiste un bar caffè dove si ritrovano alla fine di ogni giornata per chiacchierare e sbafare cannoli e cassate, e l’atmosfera si rilassa, il lettore si mette comodo, sul divano, magari con uno dei loro bicchieri di passito e questo sembra d’incanto il miglior contesto per una sera natalizia.

Io ho iniziato stamani il romanzo di Barbara Perna, abbracciata ad un calorifero (sono al lago dove mezzo riscaldamento è rotto e la casa è gelida) con una tazza di quelle tisane che Annabella Abbondante, la protagonista, ha bevuto solo in due occasioni in tutta la sua vita, e fino a quando non l’ho finito non mi sono scrostata da lì. Sono le 19 e mi metto subito a recensirlo perché se lo merita.

Primo: pur in un quadro pacioso di provincia ricca e bella, la trama poliziesca c’è eccome, ed e anche intrecciata ad arte. Ho letto, lo confesso, qualche recensione che la definisce ingenua, da dilettante, ma l’ho trovata ingiusta. Magari sono dilettante io come recensore, ma non sono affatto alle prime letture, anzi, e qui il turn-page c’è ma nella maniera giusta, con una dosata alternanza tra colpi di scena nell’indagine e piccoli grandi episodi di vita quotidiana dei vari personaggi.

Secondo: la giudice Bellabbondante a tratti sembra piaciona, come se la sua creatrice si fosse imposta di renderla gradevole a tutti i costi: la mette a dieta dove altre gialliste fanno sbavare le loro investigatrici come carrettieri pur lasciandole silfidi; le affibbia un ingeneroso pollice nero quando altre Miss Marple in giro al momento in libreria sono abilissime giardiniere. Insomma, all’inizio ti perplime. Poi però la fa rimpinzare di dolci, addormentarsi a cena con l’ennesimo appuntamento al buio organizzatole dalla sorella e cadere da cavallo in piena processione. E ti torna definitivamente simpatica. Perché la Abbondante si mette nella scia, che personalmente adoro, delle ficcanaso per amore di verità, delle donne imperfette, goffe, con vite famigliari incasinate (la descrizione del pranzo di Pasqua a Piano di Sorrento, in famiglia, è divertentissima) che ragionando, ascoltando e sapendo vedere le cose, trovano non solo i bandoli della matassa ma pure il lato bello di chi incontrano.

Tutto comincia con l’incendio di un bene immobile oggetto di fallimento, con una dichiarazione di interdizione di un bel ragazzo, con la scomparsa della ctu che l’ha giudicato schizofrenico e col rapimento di un gioielliere. A poco a poco gli episodi si intrecciano sino a rivelare una trama comun denominatore.

Forse non è un giallone all’americana né un noir polare alla svedese, non c’è la nebbia di Scerbanenco né i pub fumosi o le strade malfamate di Los Angeles, ma vigneti, saune, un piccolo tribunale e le sue immancabili macchiette. E allora? È- o meglio- potrebbe essere perfino una storia vera (e non lo è), nostrana (e lo sembra) e quindi molto verosimile. Tranne la varietà e bontà di cannoli e caffè, protagonisti di svariati vertici tra i personaggi, che sembra oltre ogni umana possibilità.

Sconto di 0,75 EUR
Annabella Abbondante: La verità non è una chimera
467 Recensioni