Cogne ed Erba, due casi stampati nella memoria della collettività perché infrangono due principi cardine del vivere civile: il più alto, l’amore materno, e quello più comune, il buon vicinato.

Con Amnesie, Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani ci consegnano ancora una volta una disamina fruibile a più livelli delle due vicende, analizzate dal punto di vista delle amnesie e ritrattazioni di colpevoli e vittime, un’angolazione singolare che afferisce ad alcuni dei capitoli più interessanti della criminologia: la persistenza dei ricordi, la testimonianza e le tecniche di interrogatorio.

Anna Maria Franzoni può davvero non ricordare di aver ucciso il figlioletto Samuele e la sua psiche può aver costruito un salvifico falso ricordo dell’evento, corredato di ogni dettaglio? E Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla mattanza di Erba, può aver recuperato spontaneamente il ricordo del viso del suo aggressore in maniera talmente chiara da averlo indotto a ritrattare la prima dichiarazione?

“Annamaria si gira verso Ada e le dice: ‘Samuele era bello, era bello il mio bambino. Ma io me lo sentivo che sarebbe morto’. Lo ripete due volte”. (pag. 16)

Che Annamaria Franzoni sia colpevole di aver ucciso il figlioletto Samuele Lorenzi la mattina del 30 gennaio del 2002 è stato accertato dalla giustizia e confermato in tutti i gradi di giudizio. Peraltro, erano presenti sulla scena del crimine due segnali inconfondibili in criminologia, che hanno contribuito quasi nell’immediatezza a restringere il campo dei colpevoli all’ambito familiare: l’overkilling e l’undoing. Il primo si riferisce alla sproporzionata violenza dei colpi inferti, tipica di un crimine commesso da chi ha un legame affettivo con la vittima; il secondo è l’azione di copertura con un oggetto del corpo senza vita, a indicare imbarazzo e vergogna per il gesto appena commesso. Nel delitto di Cogne, questi indicatori sono presenti entrambi, come spiegano bene Sanvitale e Palmegiani: i colpi inferti con un corpo contundente sul cranio del piccolo Samuele sono numerosi e di angolazioni diverse, a indicare una escalation di intensità nell’azione omicidiaria e il corpo si presentava coperto dal piumone matrimoniale, divenuto celeberrimo per la perizia del RIS di Parma che individuò la void zone (l’area priva di tracce ematiche), che servì a stabilire la posizione della madre mentre sferrava i colpi mortali sul figlioletto.

Ma qual era lo stato mentale della Franzoni al momento del crimine?

La ricostruzione minuziosa dei primi momenti dell’evento criminoso sono fondamentali per capire se l’omicida era orientata e vigile o in preda ad uno scompenso emotivo, il ché dal punto di vista giudiziario segna il crinale tra la possibilità di invocare la semi infermità mentale e l’accusa di omicidio volontario.

Gli Autori, quindi, fascicoli processuali alla mano, confrontano le dichiarazioni rese da tutti i soggetti presenti sulla scena dell’omicidio di Samuele nei minuti appena successivi al crimine (la madre stessa, il fratellino Davide, la dottoressa Satragni che per prima intervenne, la vicina di casa, il conducente del pulmino scolastico, l’operatrice del 118 che ricevette la telefonata sconvolta di Annamaria, fino al medico dell’eliambulanza che refertò la morte del bambino mentre erano ancora in volo verso l’ospedale di Aosta) per confrontarne la compatibilità con le numerose perizie psichiatriche effettuate sulla Franzoni.

Tra il 2002 e il 2005, infatti, svariati team di psichiatri hanno sottoposto la donna a elettroencefalogrammi, test di valutazione psicologica e addirittura valutazione degli stati dissociativi (MMPI e QED), senza riscontrare la benché minima “patologia psichiatrica o depressiva, neanche un’alterazione patologica momentanea”. All’esito di queste risultanze, Annamaria fu reputata capace di intendere e volere al momento dell’omicidio e giudicata nei primi gradi di giudizio con la massima severità.

Com’è possibile, allora, che una madre perfettamente in sé decida di accanirsi con un crescendo di colpi talmente micidiale da fracassare il cranio del suo bimbo, senza un motivo apparente in una mattina di un giorno qualsiasi?

E’ molto calzante alla personalità della Franzoni l’esempio delle matrioske che fanno Sanvitale e Palmegiani, aiutati dall’unica perizia che forse mette a fuoco meglio di tutte il problema.

Il Procuratore generale della Corte d’Appello, a fine 2005 nominò come CTU il prof. Ugo Fornari, ordinario di Psicopatologia Forense dell’Università di Torino, consulente dalla lunga esperienza non solo clinica ma anche giudiziaria, noto per aver periziato serial killer tristemente famosi (Gianfranco Stevanin, Donato Bilancia e Pietro Pacciani). La critica che mosse il prof. Fornari ai suoi predecessori fu quella di non aver preso in considerazione uno dei 20 disturbi delle madri figlicide (categorie stilate in occasione dell’International Congress of Law and Mental Health del 2005), il fundus isterico con fattori esistenziali precipitanti, altrimenti detto stato crepuscolare orientato. Quando la mente incappa in questa condizione, il campo della coscienza è ristretto a un circolo di idee, cui viene mantenuto un certo livello di nesso logico e sequenzialità e che attingono esclusivamente a vissuti interiori. Si realizza quindi esclusione o appannamento di ciò che avviene nell’ambiente circostante. Inizia e termina in poche ore o alcuni giorni e termina di solito con un sonno profondo e lascia traccia mnesica assente o labile.

Questa diagnosi quadra il cerchio. Annamaria realmente non ricorda di aver ucciso e probabilmente il disturbo si è dissolto in pochissime ore, tanto che tornata a casa, ha messo in atto coscientemente una serie di attività coerenti e pertinenti alla situazione da farla ritenere un’abile simulatrice.

Ecco quindi come possiamo ricomporre le matrioske della mente, teorizzate dagli Autori: la Fragilità contiene la Mancanza di empatia, che contiene Ansia e Somatizzazione, che ha al suo interno l’Isteria e che quando si schiude rivela lo Stato Crepuscolare Orientato. E la più piccola, quella che non si apre?

“Al di là di tutte le prove e le analisi, il mistero di questo delitto è nella mente di Annamaria, in quella cassaforte lì”. (pag. 94)

Erba, 11 dicembre 2006. I Vigili del Fuoco furono chiamati per spegnere l’incendio in un appartamento del primo piano in via Volta 25. Il primo pompiere volontario che intervenne si imbatté in un uomo sdraiato a terra a cavallo della soglia dell’interno dove si stava sviluppando il fuoco. Dapprima pensò solo a tirarlo via dal fumo, afferrandolo per i piedi, poi si accorse del sangue. Quell’uomo era Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto della strage compiuta da Olindo Romano e Rosa Bazzi, che costò la vita Valeria Cherubini (la moglie di Frigerio), a Raffaella Castagna, a suo figlio Youssef Marzouk, nonché alla mamma di Raffaella e nonna del bambino, Paola Galli.

Se nel caso di Cogne si è dato maggiormente risalto all’analisi psicologica dell’infanticida, per quanto riguarda la strage di Erba è fondamentale analizzare la qualità della testimonianza di Mario Frigerio, l’unico in grado di puntare il dito in aula contro Olindo Romano, qualificandolo come il suo aggressore.

“Perché quando mi sono risvegliato volevo…ma è stata una cosa mia, volevo capire il motivo…[..] Alla fine mi è uscito il nome, volevo come liberarmi e gliel’ho detto al comandante Gallorini perché era proprio un peso che avevo. Infatti mi sono liberato e gli ho detto ‘sì, è lui’ […] La mia intenzione era di dire ‘E’ l’Olindo‘ sempre, questo per tutta la vita fino a quando vivrò dirò, non perché lo voglio dire, perché è la sacrosanta verità, è stato l’Olindo che mi ha aggredito’.

(Dal verbale d’udienza del 26.2.2008 in Corte d’Assise)

La dichiarazione di un teste è attendibile quando è spontanea, attinente, entra in correlazione con dati oggettivi e concorda con altre deposizioni.

Si può assumere con facilità che la ricostruzione dei fatti resa quattro giorni dopo da un soggetto fortemente traumatizzato, con le corde vocali recise quasi di netto, al risveglio del coma farmacologico è da prendere con le molle, anche se soddisfa quasi tutte le condizioni sopra esposte. Quella più critica, però, è proprio la spontaneità e da lì scaturisce la battaglia legale dei coniugi Romano.

Frigerio riusciva appena a sussurrare qualche parola con l’unica corda vocale rimasta funzionante ma dal suo letto d’ospedale descrisse colui che, a suo dire, quella sera maledetta si era avventato su di lui tentando di sgozzarlo. Dinnanzi al Pm Pizzotti, al figlio Andrea, all’avvocato Manuel Gabrielli, ad un medico e un ispettore di polizia che trascriveva il verbale, dichiarò che si trattava di un uomo di corporatura robusta, capelli corti e neri, carnagione olivastra, occhi neri, mascella forte. Il giorno successivo, al suo avvocato, specifica che l’assassino era dai 6 ai 10 centimetri più alto di lui.

“Mario sta chiaramente descrivendo un arabo, sta orientando lì le indagini, tanto che il 15 fa anche notare che casa di Raffaella era frequentata da diversi arabi. Ti dirò di più, il primo verbale di dichiarazioni era già chiuso e firmato, quando viene riaperto per apporre sotto una riga: proprio per aggiungere la frequentazione della casa da parte di personaggi di etnia araba. Ma se ha visto bene Olindo, perché dice queste cose?” (pagg. 207 e 208)

Il giorno 20 dicembre il luogotenente dei Carabinieri Gallorini, ebbe un colloquio di circa un’ora con Frigerio in ospedale, del quale venne redatta trascrizione, divenuta in dibattimento il motivo del contendere. Gallorini sembra stimolare il teste con riferimenti diretti al signor Olindo Romano, mai nominato invece dal Frigerio.

Gli Autori dedicano molta attenzione alla dinamicità della memoria nonché ai processi di alterazione dei ricordi e, con la consueta limpidezza espositiva, conducono il lettore nei meandri insidiosi del labirinto della mente umana fino al post event misinformation effect.

Mario Frigerio è stato il grande accusatore dei Romano e sulla sua testimonianza si basano tutti e tre i verdetti di colpevolezza, ma nel 2014 è venuto a mancare per un male incurabile e le flebili speranze di addivenire ad una revisione del processo contro Olindo e Rosa sono nelle mani del loro team di difesa.

E’ notizia di questi giorni che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede abbia avanzato richiesta del fascicolo alla Procura di Como per procedere ad un’ispezione ministeriale, sollecitata proprio dall’avvocato dei coniugi Romano il 23 novembre scorso.

Sanvitale e Palmegiani quando dato alle stampe il libro non potevano conoscere di certo questo particolare, che è bene sottolineare perché testimonia ancora una volta quanto siano argute e tecnicamente ineccepibili le ricostruzioni dei grandi delitti, proposte al grande pubblico da questi due bravissimi Autori.

Come già accennato sopra, i libri di Sanvitale e Palmegiani possono essere letti su due livelli: quello giornalistico-criminologico nel quale si intravvede la penna di Fabio Sanvitale e quello più propriamente scientifico-investigativo, dove la fà da padrone la tecnica di Armando Palmegiani.

Mai come in questo lavoro, però, le due voci si sovrappongono, quasi a non essere distinguibili, facendo guadagnare intensità e scorrevolezza alla prosa.

Note della Rossachescrivegialli

Da un’intercettazione ambientale, risulta che Anna Maria Franzoni, alla domanda rivoltale in merito alla possibilità dell’ingresso di un estraneo dalla porta finestra della camera da letto, abbia risposto piccata: “Non sono stupida, era chiuso e so bene quello che faccio”. “La malattia mi ha reso i sensi più acuti. State attenti e osservate con quanto senno, con quale calma sono capace di raccontarvi tutta la storia”. No, non è il proseguo dell’intercettazione dell’infanticida ma una citazione da Il Cuore rivelatore di Edgar Allan Poe.

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  • Fabio Sanvitale, Armando Palmegiani
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