Accadde all’Idroscalo – Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani
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“Non abbiamo la pretesa di aver trovato la verità assoluta sul caso Pasolini, perché la verità assoluta non esiste. Ma pensiamo di aver rimesso a posto molte tessere fuori fuoco, ignorate, travisate, di questa storia. Lo abbiamo fatto seguendo la logica investigativa, l’esperienza, la criminalistica.”
Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani iniziano con queste parole “Accadde all’Idroscalo“, la loro quinta indagine dedicata ad uno dei casi di cronaca più controversi degli anni ’70: l’omicidio dello scrittore e regista Pier Paolo Pasolini, avvenuto la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. Per quel delitto fu condannato Giuseppe Pelosi, il minorenne che quella notte si era intrattenuto con Pasolini all’interno della sua Alfa GT, la stessa macchina con la quale Pelosi dichiarerà di averlo investito accidentalmente mentre, sconvolto dall’essere stato aggredito e malmenato dal regista, si dava alla fuga.
“Quando abbiamo deciso di lavorare su questo caso avevamo molti dubbi ma una certezza sì, quella di non crede a una sola parola di quello che Pelosi ha detto e stradetto in questi 40 anni. Troppe, le balle e le dichiarazioni di comodo.”
(pag. 65)
Con pazienza certosina, gli Autori hanno analizzato tutte le testimonianze rese da Pelosi nel corso degli anni, scoprendo quello che avevano preconizzato: le versioni del protagonista numero uno della vicenda sono contraddittorie e incongruenti alla luce delle indagini condotte e delle risultanze peritali. Smontarle ad una ad una è stato fondamentale per fare chiarezza.
“La differenza tra le lesioni subite dal Pasolini e la sostanziale mancanza di lesioni sul Pelosi può spiegarsi solo ritenendo che non vi fu una colluttazione a due ma una aggressione di più persone nei confronti di un uomo solo.”
(Sentenza Trib. Minorenni del 24/4/1976, pag. 47)
Non si può ignorare che Pino Pelosi fu condannato per omicidio volontario in concorso con ignoti, ma che fino ad oggi – e nonostante due processi – è l’unico ad avere pagato.
Tanti altri personaggi invece si presume fossero ammantanti nell’oscurità di quella notte di novembre, a partire dai veri autori dell’omicidio (Pelosi non partecipò al brutale pestaggio che provocò a Pasolini una vasta emorragia celebrale ben prima che il cuore scoppiasse sotto il peso della GT), fino agli abitanti delle baracche dell’Idroscalo poste a pochissimi metri dalla scena del crimine.
Sanvitale e Palmegiani hanno saputo mettere ordine anche in quella ridda di figure. Tanto per citarne alcune, ora ha un nome e un cognome anche “il pescatore”, il testimone scovato dopo anni dal giornalista Furio Colombo o il Carabiniere infiltrato nella bisca frequentata da Pelosi, Johnny Lo Zingaro e i fratelli Borsellino, il fior fiore della criminalità giovanile dell’epoca.
Scandagliare gli atti processuali e analizzare nuovamente le perizie autoptiche con acume e rigore non significa però avere la certezza di centrare il movente. E da professionisti quali sono, Fabio e Armando sanno perfettamente che la via del “come” può passare attraverso il “perché” ma non viceversa. Bisognava quindi analizzare altro.
“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizio io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede (…) Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.”
(P. Pasolini, “Cos’è questo Golpe. Io so” Corriere della Sera, 14 novembre 1974)
Benché la morte di Pasolini fosse stata bollata dalla morale comune dell’epoca come una lite tra pederasti finita in tragedia, non si può negare che buona parte degli intellettuali italiani si fossero espressi a gran voce in difesa della memoria dello scrittore, Oriana Fallaci su tutti, la quale si dichiarò addirittura convinta che si fosse trattato di un agguato di matrice fascista.
Che Pasolini fosse un intellettuale che mostrasse apertamente il proprio dissenso nei confronti della politica italiana è un dato di fatto, ma che fosse diventato tanto pericoloso da dover essere eliminato, è tutto da dimostrare.
Forse che avesse trovato nel ’75 le prove che non aveva all’epoca del suo famoso “Io so”? La Fallaci ne era convinta. I giudici no e i nostri Autori men che meno. La circostanza che sembri mancare un capitolo intitolato “Appunto 21 – Lampi sull’Eni”.
Dalle veline del libro a cui Pasolini stava lavorando quando fu ucciso, non basta ad avvalorare la tesi che, pur avendo intenzione di scrivere dell’omicidio di Enrico Mattei, quelle pagine potessero contenere rivelazioni esplosive. Supposizione per supposizione, perché allora non rubare l’intero manoscritto – si chiedono gli Autori – invece di sottrarne solo quella porzione? Ma in definitiva, ammesso che il dattiloscritto di Petrolio fosse così fondamentale, come si può legare il manoscritto alla circostanza che aveva portato Pasolini ad appartarsi con Pelosi all’Idroscalo quella notte?
Sergio Citti, come è noto grande amico di Pasolini, introdusse un tema nuovo nel dibattito sulla morte dello scrittore: il furto delle bobine cinematografiche del film Salò avvenuto nell’agosto 1975 dagli studi della Technicolor e la determinazione di Pasolini nel volerle recuperare, nonostante il film fosse stato rimontato con le seconde copie girate. Per quale motivo?
Salò o Petrolio. Qual è la strada maestra per l’indagine?
Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani le percorrono entrambe fino in fondo, fino all’Idroscalo, per consegnarci il loro punto di vista sulla vicenda Pasolini che, personalmente, considero prezioso e del tutto convincente.
“E’ sempre deludente quando la morte di qualcuno non è all’altezza del mito della sua vita. Ma abbiamo davvero idea che sia andata così.”
NotedellaRossa
Il carattere corsivo usato per isolare la citazione di perizie o testimonianze si confondo spesso con i dialoghi degli Autori, rendendo un po’ troppo difficoltosa la lettura.
Curiosità sul libro
Nel sito ufficiale dedicato al libro www.accaddeallidroscalo.com gli Autori hanno messo a disposizione il materiale sul quale hanno basato la loro indagine. Potrete quindi leggere gli atti processuali, le sentenze e le preziose testimonianze dei protagonisti dell’inchiesta. L’onestà intellettuale di questi due grandi professionisti trapela anche da questo dettaglio.
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