Vengo a prenderti – Paola Barbato
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Francesco Caparzo è il più improbabile degli eroi: physique du rôle più adatto a un eroe classico Marvel che a un poliziotto, ex celerino dalla mano pesante, il destino lo porta a risolvere quello che sarebbe “il caso della vita” di qualunque investigatore.
Inseguendo uno stalker Caparzo si ritrova in un vecchio capannone abbandonato dove, come in un circo degli orrori, nove persone vengono tenute in gabbia come animali: uno sparo, il carnefice ucciso, le vittime liberate, Caparzo diventa un eroe immortalato da una foto virale.
La foto giusta può fare molto.
Può far dimenticare al popolo le origini modestissime, l’ignoranza e l’inadeguatezza a parlare in pubblico, le voci su trascorsi non proprio edificanti, le ombre sul proprio operato.
La gente ha sempre bisogno di eroi.
È per questo che crea i mostri.
Ma la storia non finisce così, fatti inquietanti accadono intorno ai sopravvissuti, e quando questi cominciano a morire il dubbio che la vera mente criminale si nasconda tra di loro diventa realtà.
Dopo Io so chi sei e Zoo, arriva finalmente in libreria Vengo a prenderti, l’ultimo capitolo di quella che Paola Barbato ha definito una “poli-bilogia”, per sua stessa definizione un esperimento narrativo (per noi lettori singolare e affascinante) nel quale i primi due libri sono connessi e paralleli e convergono nel terzo capitolo. Diversamente da una trilogia classica non è però la linea temporale lineare a fare da collante alle tre storie: è piuttosto un cambio di prospettiva, è come se le tre vicende fossero nel mezzo e l’autrice ci proponesse chiavi di lettura diverse, spostandosi in avanti e all’indietro nel tempo e nello spazio, smontando e rimontando i pezzi.
Paola Barbato crea mostri.
Piccoli mostri normali, nascosti dietro vite e pensieri ordinari: in questo racconto corale l’agente Caparzo, per trovare l’assassino dei sopravvissuti che probabilmente si cela in bella vista tra di loro, deve risalire a ritroso nel tempo, ricostruendo le vite di ciascuno “prima della gabbia”. E quando queste vite vengono svelate, nessuno di loro è veramente innocente, e forse nemmeno il carnefice è del tutto colpevole: per chi ha letto e amato Zoo la rilettura di personaggi che ha conosciuto in una condizione di prigionia e umiliazione, ridotti alla parodia dell’animale del quale hanno in un certo senso assunto la personalità, è sconcertante. Chi ha letto Zoo avrà imparato ad amare Anna o Saverio o uno qualsiasi degli altri personaggi, avrà provato empatia e pietà per quegli esseri umani spogliati (fisicamente e metaforicamente) della loro condizione umana, ma alla fine si troverà – forse – a pensare che in quella prigionia ci sia una sorta di espiazione.
Paola Barbato conduce il lettore, con intuito psicologico e una scrittura incisiva e talvolta brutale come poche, in una storia complessa che cammina sulla linea di confine tra bene e male, tra vittima e carnefice, fino a un epilogo sorprendente. Il risultato è un thriller dalle tante sfumature noir e horror molto ben congegnato, perfettamente coeso con i due precedenti romanzi, intenso. E’ un libro molto disturbante, ed è anche un libro molto femminile nella capacità cinica di sezionare l’animo umano.
Anche se non è necessario, aver letto i due precedenti capitoli porta a compimento un esperimento che non è solo narrativo, è anche una discesa attraverso un’esplorazione cinica dell’animo umano al termine della quale restano alcune domande inquietanti: tu, al loro posto, cosa avresti fatto?
Saresti davvero migliore?
Ne sei sicuro?
Paola Barbato milanese di nascita, ma bresciana d’adozione, è scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog. Ha scritto e co-sceneggiato la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio.
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