Zoo – Paola Barbato
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Anna si sveglia in una gabbia, non ricorda nulla del giorno prima. La gabbia in realtà è un carrozzone da circo, e intorno a lei altre gabbie, altri esseri umani rinchiusi.
Un’unica vera, domanda: perché?
«Immagina di trovarti nel peggiore dei tuoi incubi. Se non riesci a svegliarti, sei nello zoo.»
Il romanzo sta tutto lì, nei pochi metri quadri di un capannone dove le vittime – e forse il carnefice – vivono in un microcosmo inquietante fatto di carrozzoni scrostati di un circo russo con scritti sopra nomi di animali, una piccola società malata ma codificata nella quale ognuno ha un ruolo e nel quale Anna è elemento di disturbo.
Si può costruire un romanzo di oltre 400 pagine nei confini ristretti di una gabbia, un romanzo che appassioni, che non scada nella ripetitività, che renda plausibile la situazione più improbabile? Paola Barbato ci riesce benissimo, costruendo un thriller con contorni horror complesso, profondo, disturbante.
Non è facile leggere questo romanzo – che, sia chiaro, inchioda il lettore in un tour de force di lettura preferibilmente notturna – e non è facile parlarne tanti sono i piani di lettura a cui si presta.
Dal punto di vista puramente del thriller, Zoo è una raffinata storia psicologica nella quale Anna cerca la sopravvivenza e una via di fuga, in un gioco logorante con un carnefice che è una presenza invisibile ma inquietante e pervasiva: il linguaggio della Barbato è lineare ma incisivo come una lama chirurgica, e il suo background horror le permette di intrappolare il lettore in un immaginario che attinge a piene mani nell’horror più classico e raffinato, quello che spazia da Lovercraft a Poe fino a Stephen King, da Freaks di Tom Browning fino al miglior American Horror story. E ovviamente c’è tanto, tantissimo Dylan Dog.
La protagonista Anna è quanto di più lontano possibile dalle protagoniste sciocchine di certi film o romanzi, tanto calate nel ruolo di vittima da far propendere il tifo per il killer di turno: Anna è forte, dura, logica. Anna è una combattente, usa la sua rabbia naturale per sopravvivere, sa essere crudele. Non è un personaggio facile, ma è un personaggio bellissimo. Se si volesse spingere un po’ più in là l’analisi, e forse andando oltre l’intenzione dell’autrice, si potrebbe vedere in Anna un tipo di femminilità scomoda, indipendente, poco omologata ai canoni socialmente accettabili.
La prospettiva di Zoo sarà sempre quella di Anna, ma la costruzione degli altri personaggi è realizzata con sottigliezza psicologica, portando così il romanzo a essere un racconto corale di grande potenza espressiva.
Al di là della storia meramente thriller, c’è sicuramente più di una chiave di lettura metaforica in questo romanzo: un romanzo nel quale i protagonisti sono nudi, e vengono identificati con il nome dell’animale scritto sopra il proprio carrozzone. Sono quindi persone che vengono spogliate della loro identità personale – del loro essere Anna, Saverio, Giulio – e vengono vestite dalla personalità dell’animale che viene loro attribuito e del quale assumono la personalità (o forse sono rinchiusi nella gabbia che più somiglia loro). E’ la società – per quanto piccola e disfunzionale – che attribuisce un ruolo al di là della persona, che detta le regole, e nella quale le vittime finiscono con l’identificarsi (pur consapevoli di essere vittime) difendendo l’ordine costituito, insofferenti alla ribelle Anna alla quale viene spesso ricordato che Mino – l’unico altro che abbia cercato di ribellarsi – ha fatto una brutta fine.
E’ anche un romanzo fatto di solitudini, dove anche un minimo gesto o contatto fisico come un dito che ne sfiora un altro ha effetti deflagranti, nel quale colpisce l’assenza vera di motivazione di fronte a questo gioco crudele che suona quasi come un mancato riconoscimento di uno status di vittima, ulteriore affronto a persone ridotte allo stadio di mero esperimento sociale.
Zoo è un romanzo di grande impatto, capace di generare ragionamenti ed emozioni forti, contrastanti, tranne una: l’indifferenza.
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