Quattordici racconti caratterizzati da una scrittura semplice e fluida che, nonostante e forse proprio grazie alla sua leggerezza, lascia un segno profondo, scavando senza pietà nelle tante contraddizioni dei sentimenti umani.
Fernando Aramburu enfatizza le brutture che si nascondono dietro la normale quotidianità, con una freddezza e un umorismo noir diretto e preciso che non lasciano scampo.
Inquietudine, incomunicabilità, egoismo, i protagonisti dei racconti sono persone che non mostrano nessun sentimento, mai.
Casa non è famiglia: semplicemente singoli individui che condividono lo stesso tetto, con fastidio, tollerandosi appena.
Uomini depressi, senza lavoro, con istinti suicidi ma incapaci persino di togliersi la vita.
Donne che affatto supportano i loro uomini, anzi, li deridono, li considerano dei falliti.
Non c’è amore nemmeno nei confronti dei figli.
Indifferenza, mancanza di empatia, anche un malato che soffre diventa intollerabile perché la sua condizione infonde malessere a chi gli sta vicino.
Una figlia che decide di porre fine alla sofferenza dei genitori, una coppia che si lascia acciecare da un guadagno all’apparenza facile, pochi secondi per decidere se investire un bambino o una persona anziana.
Veramente l’uomo è cinico ed egoista, privo di sentimenti e di qualsivoglia forma di empatia nei confronti del prossimo?
Una cosa è certa, da lettrice, in effetti, nei diversi racconti, non ho simpatizzato con i più deboli, con le vittime.
Anzi, esattamente il contrario.
Una curiosità: il titolo originale è “Hombre caìdo” alla traduzione italiana invece è stato dato il nome di un altro racconto, “Ultima notte da poveri”.
Recensione di Stefania Oluic.
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