Trilogia nera - Léo Malet

Fazi editore riporta alla ribalta uno dei classici del Noir francese, la Trilogia nera di Léo Malet (1909-1996), composto da La vita è uno schifo, Il sole non è per noi e Nodo alle budella.

In questa versione editoriale, la Trilogia Nera è accompagnata dalla prefazione originale di Malet alla prima edizione di La vita è uno schifo, che ci offre la possibilità di analizzare in profondità la tematica dell’Autore.

Siete pronti a tuffarvi in un turbine di sentimenti nero pece?

“Forse è una brutta storia, ma la vita è uno schifo. E ha le sue esigenze.” (La vita è uno schifo, 1948)

Jean Fragier si unisce ad una banda criminale per mettere a segno furti, con i cui proventi finanziare la causa di alcuni lavoratori in sciopero. Sembrerebbe quasi un nobile intento, se non fosse che Jean inizia ad uccidere con una noncuranza e una ferocia sempre crescenti. Non lo ferma neanche l’amore per Gloria, una donna bellissima e impossibile, della quale è segretamente innamorato da anni. La sua vita sembra scivolare velocemente verso un epilogo tragico, nonostante (o forse mercé) l’incontro con uno psichiatra, al quale Jean confesserà le sue angosce e i suoi misfatti.

Sì, la sua vita è proprio uno schifo, specialmente quando deve fronteggiare la dolorosa realtà che la sua mente aveva creato un piano auto sabotante fin dal principio, e che tale pianificazione non prevedeva alcun riscatto.

Il cielo non m’era mai parso così alto come da quel sinistro cortile.” (Il sole non è per noi, 1949)

Appena uscito da La Petite Roquette dove era stato rinchiuso per vagabondaggio, il giovanissimo André deve affrontare la più urgente delle necessità: la sopravvivenza.

Trovare un lavoro, un qualsiasi lavoro, diventa imprescindibile per non ricadere nell’accusa precedente che lo avrebbe per sempre fatto schedare come criminale recidivo. L’incontro con Milo sembra alleggerire la pesantezza di vivere. Condividere un destino crudele sembra quasi un balsamo per l’anima, anche se nella Parigi degli anni Trenta la condizione degli operai era pesantissima. Il dover ricorrere all’espediente estremo dell’autolesionismo per fingere un infortunio sul lavoro ed essere remunerati è la disperata trovata dei due compari, estrema truffa dall’amaro sapore di beffa.

Neanche l’incontro con Gina sembra far cambiare il corso della vita di André, che dovrà piegarsi all’inesorabile fine tragica.

Grazie alla mia fisionomia attraente, un giorno o l’altro mi avrebbero trovato un posto in una banca e poi, una volta introdotto il lupo nell’ovile, avrei solo dovuto aspettare le istruzioni.” (Nodo alle budella, 1969)

Paul Blondel, “Paoulot”, è un piccolo truffatore come tanti altri, una mediocre canaglia da strada che assurge agli onori della cronaca, diventando un pluriomicida braccato, mercé l’incontro con Jeanne e la sua banda, specialisti di colpi in banca.

Quando uno di questi colpi finisce male, Paoulot inizia la sua vera carriera criminale, il primo di tanti crimini seguiti da fughe disperate, dalla polizia e dall’uomo in camice che nei suoi incubi notturni lo insulta e lo umilia. Chi è quell’uomo?

La vita di Paoulot si conclude come era iniziata, senza speranza.  

La vita è uno schifo: più Magritte o più Zola?

Pubblicati in anni molto distanti e riuniti solo nel 1969, quando la Trilogia nera viene completata con Nodo alle budella, dobbiamo necessariamente scorporare l’analisi dei tre romanzi, prediligendo il primo, quello del 1948, che può essere considerato il punto di virata della Nouvelle policière verso il Noir.

Malet scrive di intenderlo anche come naturale sbocco delle proprie opere surrealiste sottolineando, però, nella prefazione che: La mia specialità – questo libro non deve farlo dimenticare – è l’intrigo poliziesco, dalla cui influenza La vita è uno schifo non è del tutto libero. Freud vi gioca il ruolo abitualmente riservato al brillante investigatore. Bracca nell’inconscio il colpevole, che è allo stesso tempo la vittima.

Malet, infatti, aveva consolidato la sua carriera di scrittore proprio con i polizieschi, dei quali fu un prolifico ed autorevole esponente, secondo solo a George Simenon e coevo di André Héléna, rimanendo nel solco tracciato dai classici del genere e subendo l’influenza degli hard boiled americani, tanto che per un periodo sia lui che Héléna assunsero nome de plume inglesi pur di rientrare nel novero degli scrittori più in voga.

Nel 1943 aveva pubblicato il romanzo Rue de la gare nel quale per la prima volta appare il detective privato Nestor Burma che, come Philip Marlowe o Sam Spade, lavora affiancato da una segretaria, in un’agenzia di investigazione dal nome quanto mai emblematico: “Fiat Lux Agency”.

La necessità di toccare con mano la disperazione senza ritorno, però, divenne piano piano un’esigenza imprescindibile, frutto probabilmente della propria esperienza familiare e personale. Essendo rimasto orfano molto presto di entrambi i genitori e avendo visto morire anche il fratello di tubercolosi, il piccolo Léo dovette essere cresciuto dal nonno, figura pregnante nella sua vita, ma pur sempre surrogato di un’affettività familiare più compiuta.

Come se nella mia giovane vita non avessi fatto altro che contemplare i drappi a lutto sulla soglia di casa. Non ho parlato di mio fratello, era inutile, ma pure lui stava nella lista dei decessi.” (Il sole non è per noi)

A diciassette anni, nel 1926 era stato arrestato per vagabondaggio e aveva trascorso due mesi nel carcere minorile di La Petite Roquette, proprio come André in Il sole non è per noi. Nel 1940, invece, fu arrestato e accusato di un complotto surrealista-trotskista e di minare la sicurezza dello Stato. Fu imprigionato prima nella prigione di Rennes e poi trasferito allo Stalag XB tra Brema e Amburgo fino al maggio del 1941.  

Ecco che, dal punto di vista squisitamente personale, possiamo azzardare che il pessimismo estremo che riversa in questi tre romanzi sia proprio frutto di ciò, anche se è indubbio che l’essersi avvicinato agli ambienti surrealisti, e complice anche l’amicizia con René Magritte, aveva fatto virare la sua attenzione verso personaggi e situazioni ancora più estreme, rispetto a Simenon e ai predecessori Oltre Manica.

Se per la letteratura anglosassone, infatti, le detective stories si riducevano a un elitario mastermind e la letteratura francese aveva già superato ampiamente tali posizioni con la borghesizzazione del giallo a firma Simenon, Malet opera un salto carpiato all’indietro, camuffato da balzo avanti surrealista ma intriso di esistenzialismo, andandosi a collocare al fianco di Zola, per quanto attiene la delineazione di personaggi, predestinati fin dall’inizio a un rovinoso fallimento.

Cosa c’è di più tragico e sconcertante della cruda realtà? Ecco dunque che la narrazione si permea, come accennavo prima, più di cupo esistenzialismo che di surrealismo, come si evince anche dalla descrizione del protagonista di La vita è uno schifo fatta dall’Autore, che sostiene di essersi ispirato a due assassini reali e agli anarchici della banda Bonnot. Personaggi reali, dunque, dalla carriera criminale segnata, ai quali ha rubato l’anima da infondere al suo Jean, aggiungendo un tocco di disadattamento sessuale.

Questo Tristano al carboncino, questo Tristano senza Isotta, che, sopra un abisso di crudeltà e di tenerezza e sopra il frastuono delle mitragliette in azione, inalbera la bandiera color sangue e notte dell’inquietudine sessuale.

Bastano queste poche righe autografe dell’Autore per segnare la distanza abissale dalla letteratura che lo precede e porlo tra gli antesignani del Noir di più moderna concezione, genere per il quale la narrazione deve avvenire in prima persona perché è il protagonista stesso a narrarci delle sue vicissitudini, spesso non esiste confine tra bene e male, l’ordine costituito non viene ripristinato e molto spesso carnefice e vittima coincidono.

Nelle poche righe che seguono – e con le quali concludo – si ravvisa invece un altro tema forte della produzione di Malet, quello dell’impegno politico in odore di anarchia. Non a caso ne La vita è uno schifo, Jean inizia la sua carriera criminale come un novello Robin Hood, rubando ai ricchi per dare ai poveri operai in sciopero, ma è ne Il cielo non è per noi che, a mio avviso, il tema politico è molto più accentuato.

L’ironia che accompagna questo atto atroce del mangiare in pubblico contribuisce a far salire il secondo racconto in cima alla mia personalissima classifica.  

“In genere mangiavo poco. Il gesto in sé mi ripugnava. Non ne avevo mai compreso la necessità. Lasciarsi andare da solo, furtivamente, poteva anche andare. Ma riunirsi, tra sconosciuti, nelle sale dei ristoranti, oppure tra amici e conoscenti in quelli che chiamano banchetti e pranzi familiari, mi sembrava il colmo dell’oscenità. Il rumore dei coperti e delle mandibole, le facce animante dal movimento della masticazione, le guance gonfiate dalle cibarie e svuotate a mano a mano che il pomo d’Adamo si metteva in funzione, tutte le trasformazioni fisiche subite dai convitati (ingrossavano e smagrivano a vista d’occhio): tutti ciò costituiva uno spettacolo che mi riempiva di rabbia piena di disprezzo e tristezza. Eppure… Era a causa del tubo digerente che scoppiavano scioperi e ribellioni.” (Il sole non è per noi)

Per una biografia esaustiva di Léo Malet, vi rimando a quella scritta per Thriller Café dal nostro compianto collega Elvezio Sciallis.

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  • Malet, Léo (Autore)