Il 19 dicembre 2001, l’ispettore Joaquín Alzada è un uomo stanco. Troppe fatiche e troppe delusioni ne hanno annacquato lo spirito un tempo, a suo modo, ribelle, e ora cerca soltanto di tirare avanti alla meglio, con la moglie Paulita e il nipote Sorolla, poco più che ventenne.
Quella del 19 dicembre però, lo si capisce fin dalle prime pagine, non è una giornata come le altre per l’ispettore, non è una giornata in cui ci si possa permettere di passare la mano, o di voltare, ancora una volta, la testa dall’altra parte.
Notizie forti vengono sia dal lavoro, che dalla Storia. Proprio quella mattina, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna e l’ispettore Alzada raccoglie la denuncia di scomparsa di Norma Eleonora Echegaray, che appartiene a una delle famiglie più ricche e influenti di Buenos Aires, e i cui tratti potrebbero corrispondere a quelli del cadavere, che risulta però difficilmente identificabile.
Come se non bastasse, venticinque anni dopo il colpo di Stato del 1976 che portò al potere i generali, e in ultima analisi il generale Videla, a causa della devastante crisi economica l’Argentina si trova, nuovamente, preda di una forte instabilità politica. Il presidente de la Rùa potrebbe, da un momento all’altro, dichiarare lo stato d’assedio, e fare ricorso all’esercito.
E così, accanto al difficile caso da gestire, tenendo a bada gli slanci di Orestes Estrático, il giovane agente che lo affianca nell’indagine, Joaquín è costretto a confrontarsi anche con cattivi pensieri, con gli indelebili e dolorosi ricordi di venti anni prima, nel 1981.
Il romanzo d’esordio di Eloísa Díaz si muove in equilibrio tra questi due momenti: un’Argentina in piena dittatura, nel 1981, l’Argentina dei desaparecidos, e l’Argentina del 2001, che potrebbe di nuovo scivolare nel caso.
L’ispettore Alzada del 1981, che correrà incredibili rischi per evitare la sparizione di suo fratello Jorge, rivoluzionario, e quello del 2001, molto più stanco e disilluso, che cercherà comunque di tenere al sicuro il nipote Sorolla, figlio proprio di Jorge.
Oltre al sapiente intreccio, che sviluppa le due storie, separate di vent’anni, in modo parallelo eppure armonico, come in una danza, colpisce la capacità della giovane scrittrice (classe 1986) di fare ricorso al non detto, all’ellissi, per consentire al lettore di guardare anche al di là del racconto in sé, e di cogliere un panorama più ampio.
Cosa è davvero successo, in quella maledetta notte in cui Joaquín scese a patti col diavolo, che assunse le sembianze del suo superiore commissario Vukic e dell’ambiguo medico Petacchi, per salvare la vita al fratello Jorge?
Non riusciamo mai, davvero a capirlo fino in fondo, anche se il cinismo che l’ispettore Alzada ha maturato ci offre un’idea piuttosto precisa del prezzo che gli è stato necessario pagare, in primo luogo a se stesso.
L’Argentina però, ci ricorda il romanzo, è una terra giovane, e di grandi passioni. Così, forse in questo dicembre 2001 la storia, le storie possono essere diverse. La Storia con la S maiuscola, con le proteste popolari, i cacerolazos, che potrebbero dissuadere anziché provocare il governo rispetto a pulsioni autoritarie.
Ma anche la storia personale di Joaquín e della sua famiglia: ha salvato soltanto la vita, ma non lo spirito di Jorge, distrutto da torture e privazioni, ma anche dalla consapevolezza di aver perso la propria battaglia per la libertà.
Venticinque anni dopo, forse, può sostenere il nipote Sorolla nella sua nuova battaglia, così come il giovane collega Estrático alla ricerca di una verità scomoda, e sicuramente sgradevole per i superiori. Forse, stavolta, se Joaquín troverà ancora la forza di combattere, il finale potrà essere diverso, per tutti e per ciascuno.
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