Sardinia Noir – Flavio Soriga

Sardinia Noir – Flavio Soriga

Editore: Bompiani
Redazione
Protocollato il 13 Settembre 2025 da Redazione con
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Sardinia Noir” è una piccola grande antologia.

Piccola, perché raccoglie tre avventure del carabiniere Martino Crissanti; grande, perché si tratta di un bel tomo di 430 pagine.

Se di questo personaggio non conoscete nulla, o conoscete poco, il mio consiglio è quello di leggere questi racconti cominciando dall’ultimo e procedendo quindi a ritroso.

Bompiani ha scelto di inserirli partendo dal più recente – scritto per l’occasione – e terminando con il primo romanzo, apparso sul mercato nel lontano 2002 per i tipi di Garzanti, dove Martino Crissanti faceva la sua prima apparizione.

In questa maniera avrete modo di conoscere il nostro prode così come l’autore ha voluto presentarcelo, e di vederlo crescere man mano che passano i lustri.

In “Neropioggia“, infatti, incontriamo un Crissanti trentenne, ne conosciamo i primi aspetti e quella summa di dettagli utili a entrare in sintonia con il personaggio; lo ritroviamo quindi quarantacinquenne in “Metropolis“, il racconto centrale, e dunque ultracinquantenne in “Kalashnikov“.

La prima cosa che vi colpirà di “Neropioggia” è l’astrazione che Flavio Soriga fa della prosa, la riscrittura (o la decostruzione) delle consuete regole grammaticali.

Niente virgole a separare aggettivi e sostantivi, a capo che sembrano messi a caso (ma non lo sono), nessun caporale, virgoletta o trattino a distinguere il parlato dal raccontato.

Eppure funziona, eccome se funziona. Ci si accorge all’istante che si tratta di una scelta stilistica ben precisa, e non di un testo che si è risparmiato la mannaia di un buon editor.

Pare di trovarsi a una mostra d’arte e, da perfetti profani, osservare un quadro astratto per la prima volta, pensando che si tratti di uno scarabocchio, di un prodotto figlio del caos, fino al momento in cui non ci accorgiamo che invece non è così, che c’è molto di più di quello che ci resta addosso al primo impatto. Ne avvertiamo allora la profondità della tecnica, e ne restiamo affascinati, intuendone la genialità.

“… l’acqua batteva forte sui vetri, rimbalzava sull’asfalto le buche i marciapiedi …”

“… lei non avrebbe passato la mattina tra casse di frutta scarpe formaggi …”

Questo è Flavio Soriga: non un pasticcione, non un incosciente, non un neofita che disconosce la sua lingua madre, ma un genio che può permettersi di astrarre la prosa e reinventarla a suo uso e consumo.

Fatte le dovute precisazioni, dedichiamoci ora al contenuto: questo primo romanzo non ha il focus puntato sul giallo, sull’indagine, sulla procedura investigativa, bensì sulle descrizioni, la psicologia dei personaggi – protagonisti e comprimari – e sui loro rapporti. È un racconto che parla di relazioni, sfruttando l’espediente narrativo dell’omicidio.

Relazioni amorose, d’amicizia, di strada, di lavoro e di bar. Tradimenti, soprattutto.

Non è una strana contingenza il fatto che la risoluzione del caso principe non sia frutto di una sbalorditiva intuizione del nostro Crissanti, ma di ben altro evento (il finale non ve lo svelo), quasi a rimarcare il fatto che questo romanzo vuole essere molto più di un giallo d’evasione.

Due casi per Crissanti, che in principio d’avventura lamenta d’annoiarsi perché nel piccolo borgo di Nuraiò, dove è di stanza, non succede mai nulla.

Ma come in una preghiera giunta a destinazione, ed esaudita, ecco piombargli addosso la bellezza di due guai: la morte violenta della professoressa Deiana e il macabro ritrovamento della carcassa di un cane crocifisso.

Non sarà tanto la soluzione del caso principale a sorprenderci (con solo 3 sospettati, dei quali uno facilmente depennabile dopo un’attenta lettura dell’incipit), ma il fatto che l’autore riesca a scavare nei pensieri dei protagonisti fino a conficcarli nella nostra testa; ogni singola parola, ogni sospiro, ogni elucubrazione che si accavalla alla precedente, tutto viene assorbito durante la lettura come se ci sostituissimo ai personaggi. Capitoli fiume che sembrano un muro di parole, e che vi trascineranno nel maelstrom di pensieri di Crissanti e di chiunque altro si alterni sulle scene.

Neropioggia” è anche un romanzo di condanna, dove l’oscura faccenda di una discarica in costruzione passa quasi in sordina, ma si intuisce che non è finita lì dentro per caso, par fare pagine o allungare il brodo.

Sto un po’ banalizzando, ma è per spiegarmi: se tra dieci o vent’anni la cosiddetta gente, la massa, si indignerà per una discarica, per una cosa cementificata, allora sarà nostro compito cercarne il colpevole.”

E poi c’è il maltempo, anch’esso protagonista, come già ben chiaro dal titolo. Una pioggia cocciuta, invadente, di cui ci viene data notizia in chiusura di ogni capitolo, che rende introversa anche l’anima più ciarliera, anche i personaggi più rudi.

“… la pioggia che smetteva e riprendeva, come cantasse e poi riprendesse fiato, canto nero di dubbi e incubi…”

Romanzo in quattro atti che resettano, ad ogni ripartenza, la numerazione dei rispettivi capitoli, nei quali si assiste ad alcuni salti temporali: si comincia con la povera Marta già ammazzata, per poi tornare indietro a quando era ancora viva e assistere ai suoi ultimi attimi di vita, e quindi di nuovo ai giorni nostri, quelli dell’indagine.

A dimostrazione dell’assunto fatto in precedenza, “Metropolis” ha una prosa più comune. Ci sono le virgole dove ce le aspettiamo e i caporali a racchiudere le esclamazioni.

E quindi si, se ci fossero stati dei dubbi (e non ce n’erano) ecco che abbiamo la conferma che l’autore sa scrivere, e molto bene, rispettando il canone, e che la prosa di “Neropioggia” non è altro che una scelta ben ragionata.

Il nostro Crissanti non vive più nel paesino di Nuraiò ma si è trasferito a Cagliari, ha cambiato compagna, colleghi e amicizie.

In questo capitolo si approfondisce il passato del protagonista, del quale ci era stato detto solo l’essenziale, tra cui qualche cupa informazione sul fatto che avesse un passato famigliare fatto di eventi delittuosi.

Sappiamo che ora ha quarantacinque anni e che è stato trasferito in città da dieci, e che al contrario del paesetto di prima ora ama il posto in cui vive .

“Aveva quarantacinque anni e dieci li aveva trascorsi in quella città, e aveva benedetto cento e cento volte il suo clima, il mare che tutto avvolgeva con dolcezza, la mitezza degli inverni, la spietata lucentezza dei pomeriggi, aveva amato ogni arrivo della primavera in quel piccolo angolo di Mediterraneo…”

Ci vene regalato un flashback sugli anni universitari, espediente che l’autore sfrutta per introdurre un bel discorso sul passato dell’isola, sulla Sardegna spagnola e sul vino cileno (sì!). Sappiamo che è stato a Londra per amore, e che leggeva Dylan Dog rifiutando l’idea che i casi si potessero risolvere grazie al sesto senso (il quinto e mezzo, in questo caso).

E dunque si parla di musica, libri, scrittori, artisti e poeti, anonima sequestri, cinema, quartieri “in” e ghetti senza futuro. La vespa di Crissanti e i passaggi in auto col giornalista Alberto diventano un escamotage per raccontarci Cagliari e i suoi monumenti, la storia che è stata e quella che avrebbe potuto essere.

I discorsi sembrano dei monologhi teatrali, ognuno col suo soggetto, messi in bocca al personaggio di turno. Paragrafi fiume privi di scambi di battute tra chi ascolta e chi parla, quasi che l’individuo sotto l’occhio di bue stia parlando direttamente al lettore. L’autore non ne fa mistero e, anzi, ci fa sapere in modo chiaro che questo è il suo obiettivo.

“E ognuno di noi, che siamo costretti a recitare questi monologhi davanti a chi deve indagare, ognuno di noi a me sembra come un personaggio di quegli spettacoli di teatro in cui non si capisce niente.”

“Crissanti disse che era d’accordo. Setacciare gli stanzini bui delle menti degli uomini. I loro seminterrati maleodoranti. Gli anfratti oscuri delle coscienze di tutti.”

La trama, dal punto di vista del noir, è più sostanziosa. A lasciarci le penne è una nobildonna in rotta di collisione con i rigidi valori famigliari, trovata morta dentro la cabina di uno stabilimento balneare. In questo caso i personaggi di contorno, e i sospettati, sono molti, moltissimi. A mio avviso è il romanzo più riuscito, e forse non è un caso che sia anche quello più lungo.

Nemmeno in questo caso viene a mancare l’elemento di condanna sociale, che qui si interessa di abusi edilizi privati, a cominciare da quelli perpetrati nella zona di Olbia, per terminare con il fallimento urbano del progetto di Sant’Elia a Cagliari.

Non molto da dire riguardo a “Kalashnikov”, un racconto piuttosto breve (giusto un’ottantina di pagine), meno complesso dei precedenti e più rapido, anche nell’azione, ai limiti del pulp. Un omaggio che l’autore ha deciso di rendere ai suoi lettori, il ritorno di Crissanti dopo un’altra decade, questa volta alle prese con una figlia da crescere. In questa storia si parla di omertà, rapine a mano armata, furti di trattori.

Scorre, e fin dalle prime pagine si ha l’impressione che il cerchio stia per chiudersi, che ci si trovi di fronte alla versione di Soriga de “Il taccuino di Sherlock Holmes”. Solo in chiusura di racconto ho avuto l’impressione di un’accelerata un po’ eccessiva, quasi si volesse portare a termine la storia con una certa fretta. Il finale lascia l’amaro in bocca, delude forse le aspettative del lettore, ma d’altro canto Soriga ribadirà molte volte, lungo l’intera raccolta, che tra i romanzi gialli e la vita reale c’è una notevole differenza. E il suo compito qui, è stato quello di ritrarre la realtà.

“… le storie non finiscono ma piegano svelte in vicoli scuri nascondendosi e intrecciandosi e dando illusioni di completezza e disillusioni da complessità…”

Questo volume è un viaggio nella Sardegna conosciuta e sconosciuta, enciclopedico, malinconico come il suo protagonista, dove ogni informazione passa attraverso i pensieri dei personaggi, il loro modo di osservare il mondo e di analizzarlo mentre riflettono, parlano o tacciono. Ci sono interi capitoli fatti solo di pensieri, spesso brevi, della durata di una o due pagine, che si infilano nella vostra testa cosi come sono usciti da quella del protagonista. Se fosse scritto in prima persona potrebbe sembrare un diario: uno di quei luoghi intimi dove si annotano tutti i pensieri che ci tormentano o che ci fanno gioire.

In definitiva, un libro che offre molteplici piani di lettura; non solo un romanzo giallo da leggere in spiaggia, anzi. Per chi volesse di più, da una storia noir, qui troverà quel che cerca.

Recensione di Mauro Piva


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