Questa tempesta – James Ellroy
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Recensire un’opera di James Ellroy non è mai troppo facile. Stiamo parlando di un mostro sacro del noir, uno degli autori più letti, amati, ma anche controversi, della nostra epoca. E, comunque la pensiate, uno scrittore che trasmetterà, a chi lo leggerà in futuro, l’essenza del tempo che stiamo vivendo oggi. Se possibile, recensire “Questa tempesta” (uscito pochi mesi fa per Einaudi con la traduzione di Alfredo Colitto) è ancora più complicato. Si tratta di un’opera monumentale, un gigantesco (850 pagine) e intenso affresco della società americana, raffigurato quasi “pittoricamente” da una serie di vicende avvenute negli Stati Uniti e in Messico nei primi mesi del 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, nell’arco di tempo che va dalla notte di capodanno del 1942 all’8 maggio dello stesso anno.
Come ci spiega lo stesso autore nell’epilogo, questo romanzo è il secondo volume della seconda tetralogia su Los Angeles e i suoi personaggi sono in parte ripresi dalle sue opere precedenti (Dudley Smith, William H. Parker, Elmer Jackson e Kay Lake per esempio). Inoltre, come è suo costume, vengono mescolati una moltitudine di personaggi di finzione e personaggi reali e per riuscire a districarsi in coda all’opera appare un breve “glossario” dei personaggi (come i titoli di coda di un film). Chi conosce l’autore sa anche che per lui non ci sono protagonisti, ma una enorme tela sulla quale viene raffigurata una pluralità di soggetti differenti. Una sorta di arazzo nel quale dall’intreccio dei singoli fili si arriva a delineare una storia compiuta, che ha l’ambizione di raccontare un’intera epoca e un’intera nazione. Non a caso, uno strillo nella quarta di copertina cita Joyce Carrol Oates, non esattamente una principiante, che chiama Ellroy “il Dostoevskij americano”.
Tutto il racconto inizia con il ritrovamento di un cadavere (un altro topos narrativo molto amato da Ellroy e, a dire il vero, da tutti i classici del giallo e del noir). Ben presto, dalle indagini successive al ritrovamento emergeranno una serie di situazioni che legano tra loro poliziotti, trafficanti, alti gradi militari e personaggi dello spettacolo. Il tutto riconducibile a una rapina a un treno carico di lingotti d’oro avvenuta dieci anni prima. In un mix continuo tra avvenimenti storici e finzione narrativa, personaggi reali e non, avvenimenti dell’epoca e ricordi degli anni precedenti, come nelle precedenti opere. D’altra parte, in un’intervista del 2001, un po’ datata, ma ancora assolutamente valida, Ellroy diceva a Carlo Lucarelli: “Dov’è il confine tra realtà e fantasia? Io voglio creare una sovrastruttura per cui sia i personaggi che gli eventi possano essere allo stesso tempo fittizi e reali e non voglio che i miei lettori riescano a distinguere cosa è vero e cosa no. Voglio creare un affresco e confondere questi confini”.
Nonostante la mole, il libro si legge tutto di un fiato, la struttura narrativa ha la forma di un montaggio cinematografico (Ellroy è assolutamente e straordinariamente filmico), con eventi incalzanti e continui colpi di scena. Le citazioni e le auto-citazioni più o meno esplicite sono moltissime e il risultato è una grande opera. Ancora una volta Ellroy non delude. Ci mostra gli esseri umani in tutta la loro essenza: capaci di sprofondare negli abissi più oscuri, ma anche di rivelare inaspettati gesti di nobiltà. Amalgama informe di carne e spirito, tenebre e luce, razionalità e cinica animalità, che la Storia e la guerra, così fortemente presente in quest’opera, travolgono proprio come una tempesta. “Questa tempesta, questo disastro devastante” come Ellroy ci ricorda più volte nel romanzo, prendendolo da un passo di Auden (in realtà solo il secondo pezzo è di W. H. Auden, “questo disastro devastante”, mentre il primo è stato aggiunto dall’autore in omaggio alla frase citata in precedenza). Il libro scava a fondo nell’animo dei personaggi e li mostra in tutto il loro nichilista e disincantato cinismo, ma questo non significa affatto che ciò che Ellroy rappresenta sia anche ciò che lui crede dei suoi personaggi. Perché, spesso, solo chi ha il coraggio di guardare giù fino al fondo dell’abisso, ha la capacità di credere che gli esseri umani possano compiere imprese straordinarie.
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