Pesca con la mosca – Gianni Simoni

Pesca con la mosca – Gianni Simoni

Editore: TEA
Giuseppe Pastore
Protocollato il 5 Febbraio 2012 da Giuseppe Pastore con
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Torna al Thriller Café Gianni Simoni, del quale oggi presentiamo il nuovo romanzo, “Pesca con la mosca“, con protagonista l’ormai ben noto commissario Miceli, spalleggiato dal giudice Petri e dal consueto cast di personaggi che i lettori di Simoni hanno imparato a conoscere negli anni. Al centro delle indagini e della storia, stavolta, un assassino che colpisce i preti.

L’ex giudice Carlo Petri ha deciso che la pensione va presa sul serio. Basta cadaveri, basta codici penali. La sua nuova ossessione è la pesca con la mosca, un’arte nobile e silenziosa. Per impararla, lascia la afosa Brescia e si rifugia in un albergo isolato sull’Appennino tosco-emiliano. L’obiettivo è pescare trote, respirare aria buona e non pensare a nulla. Ma il destino ha un senso dell’umorismo macabro. Durante la sua prima uscita sul torrente, invece di una trota, l’amo di Petri si incaglia in qualcosa di ben più pesante: il cadavere di un uomo, incastrato tra le rocce. La vacanza è finita prima di cominciare.

Contemporaneamente, a Brescia, il commissario Miceli non se la passa meglio. È alle prese con un omicidio squallido e brutale: la signora Adele, ricca vedova ottantenne, viene trovata morta nella sua villa. La casa è a soqquadro, tutto fa pensare a una rapina finita male, opera di qualche balordo. Miceli, però, ha quel “fiuto” da vecchio sbirro che gli dice che la scena del crimine è troppo perfetta, troppo teatrale.

La bellezza di questo romanzo sta nella struttura parallela. Simoni alterna i capitoli tra l’indagine “ufficiale” di Miceli a Brescia e quella “accidentale” di Petri in montagna. I due amici si sentono costantemente al telefono, scambiandosi opinioni e sarcasmo. È un giallo deduttivo classico, dove la tecnologia è quasi assente. Petri e Miceli risolvono i casi parlando con la gente, osservando le contraddizioni nei racconti dei parenti, studiando l’avidità umana.

La parte ambientata in montagna permette a Simoni di descrivere un’Italia rurale fatta di silenzi ostinati, dove tutti sanno tutto ma nessuno parla con i “forestieri”. A Brescia, invece, va in scena il dramma della borghesia: parenti che piangono con un occhio solo mentre con l’altro controllano l’argenteria.

Simoni scrive con la precisione del magistrato (che non giudica, ma constata) e con un pessimismo di fondo che è però pieno di pietà per le debolezze umane. Non ci sono super-cattivi, solo persone comuni spinte al delitto dall’avidità o dalla disperazione.

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