Fiori per un vagabondo – Gianni Simoni
TEA pubblica “Fiori per un vagabondo“, undicesimo volume della serie “I casi di Petri e Miceli” creata da Gianni Simoni, uno dei massimi giallisti italiani, per il quale Thriller Café non ha mai nascosto una particolare predilezione.
La nostra preferenza per Simoni è dovuta sia all’ammirazione che nutriamo per la sua precedente carriera da magistrato che per l’attuale produzione in campo letterario.
Una produzione che stupisce sia per la quantità che per la qualità di ogni singolo romanzo: conosciamo molti scrittori in grado di sfornare titoli su titoli, sparsi per serie diverse, ma è ben difficile che la loro qualità sia così consistente nel tempo.
Gianni Simoni ha, al contrario, una continuità straordinaria, ed è per noi molto difficile preferire un personaggio o l’altro: sia la serie avente come protagonista il commissario Lucchesi che il ciclo di Petri e Miceli, in maniera diversa, fotografano l’Italia attraverso l’indagine sul crimine, e il quadro che ne risulta non è mai rassicurante.
In “Fiori per un vagabondo” il commissario e l’ex giudice, come vedremo, incontreranno fin da subito grandi difficoltà…
Alcuni spari improvvisi lacerano il silenzio della sonnolenta periferia di Brescia: qualcuno ha esploso dei colpi in pieno giorno, appena fuori da un bar, un qualcuno che si è poi dileguato, allontanandosi dalla scena del delitto a bordo di una Vespa, diretto verso la tangenziale.
E gli spari hanno lasciato un corpo a terra, quello di un senza tetto che stava passando per caso nei paraggi ed è stato centrato da un proiettile vagante. O perlomeno così sembra essere a un primo esame, ma non appena le autorità cominciano a studiare la situazione e a indagare, ecco che emergono le prime stranezze.
Il vagabondo infatti indossa una camicia di marca, ha le unghie ben curate e il suo aspetto non corrisponde a quello tipico di un barbone.E per il commissario Miceli, reintegrato a tempo pieno per via dell’assenza di Bruni, il commissario titolare, ci sono altri particolari che non combaciano per nulla con l’idea di una morte casuale: il “barbone” è stato colpito da ben due proiettili, uno alla spalla, che lo ha appena scalfito, e uno ben più preciso in pieno volto, come se l’assassino avesse preso meglio la mira dopo l’errore iniziale.
Miceli capisce ben presto di avere bisogno dell’aiuto del suo amico, l’ex giudice Petri, ma anche unendo le forze i due non riescono a venire a capo di nulla in un caso che si presenta difficile fin dall’inizio, fin dal compito di stabilire l’identità della vittima.
Ma un’esile pista, un mazzo di fiori lasciato sul luogo del delitto, permetterà a Petri e Miceli di cominciare a comprendere qualcosa di più e avvicinarsi alla soluzione dell’indagine.
L’ultima volta che avevamo parlato dello scrittore, ex magistrato, era stata in occasione di “La scomparsa di De Paoli” e lo ritroviamo ora più in forma che mai con questo “Fiori per un vagabondo“: vi rimandiamo anche alla lettura dell’intervista di Thriller Café a Gianni Simoni.
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