Ophélie si vendica – Michel Bussi
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Cari avventori del Thriller Cafè, oggi vi parlo con piacere dell’ultimo romanzo di Michel Bussi, che si intitola “Ophélie si vendica” ed è edito da e/o, con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca. È la storia di Ophélie, oppure Folette, nomignolo con il quale l’autore la chiama per gran parte del libro. La storia della sua vita, o almeno della sua prima parte, in larga misura da lei dedicata al tentativo di soluzione del misterioso delitto della madre, con il quale il libro si apre.
Siamo alla periferia di Rouen, una delle città principali della Normandia, dove Folette vive con i genitori in un quartiere popolare, Sorano, fatto di casermoni fatiscenti e di famiglie povere, anzi poverissime. Come quella della nostra protagonista, nella quale il lavoro della madre Maja sostiene la baracca, visto che il padre Jo è un alcolizzato cronico sempre disoccupato. Ed è proprio durante un litigio tra i genitori, in una sera come tante, quando nemmeno gli assistenti sociali riescono a calmare le acque, che Maja muore in circostanze misteriose, nelle strade che circondano i casermoni di Sorano. Negli anni successivi, Folette, che all’epoca aveva sette anni, cercherà senza sosta di risolvere il “suo” intrigo, di capire chi ha ucciso la madre e se veramente è stato il padre Jo a farlo, come i giudici hanno sentenziato.
C’è la solita verve di Bussi in questo romanzo. Quel misto di azione incessante e rocambolesca, di dialoghi serrati, di continui colpi di scena che caratterizzano da sempre lo stile dello scrittore. C’è anche una tecnica che alterna il pensiero esplicitato della protagonista (talvolta anche dei personaggi secondari) ai dialoghi “in presa diretta”, come se Bussi volesse instaurare un dialogo con il suo lettore. Molto efficace questo meccanismo che ci permette di entrare nei pensieri di Folette, aumentando l’immedesimazione di chi legge.
“Ophélie si vendica” è un libro sul dolore dell’infanzia abbandonata, sulla difficoltà di crescere in condizioni, non solo disagiate, ma dentro famiglie squassate da povertà, alcol, droga, marginalità. Sorano, simbolo delle costruzioni che volevano essere avveniristiche negli anni Settanta e che hanno finito per diventare monumenti alla miseria (analogamente ai nostri Corviale, Zen, Scampia), è il rifugio degli ultimi, dei derelitti. Che però, nella loro quasi impossibilità di sopravvivere, conservano la loro profonda dignità, il loro coraggio, la loro voglia di farcela. Abbandonata da tutti, anche dai servizi sociali che sono anzi divenuti il rifugio dei più spietati carrieristi, Folette trova in sé stessa la forza di andare avanti, di continuare la sua tenace battaglia, perché dentro ogni essere umano, per debole che sia, c’è la forza che serve al riscatto.
Mi ha colpito anche un altro tema di Bussi in questo romanzo, pure questo sempre presente nei suoi scritti. La verità si cela spesso al primo sguardo. Bisogna fare attenzione a non farci ingannare da un approccio semplicistico alle persone e alle situazioni. Perché non solo la realtà ha molti più anfratti di quelli che ci appaiono a prima vista, ma le persone stesse possono reagire in modi inaspettati agli eventi che si trovano a fronteggiare.
E poi, come al solito, sullo sfondo la sua Francia. Sempre bella e incantevole, fatta di mille luoghi spesso poco conosciuti, abitata da persone che provengono dai posti più lontani, in questo caleidoscopio arcobaleno che Bussi ci dimostra di amare. La Normandia e Rouen in questo caso soprattutto, ma anche la Costa Azzurra dove Mette, la nonna danese di Folette si era rifugiata.
Il mondo a colori di Bussi, dove si respirano nelle pagine i flussi continui dei popoli che sono la ricchezza di questo pianeta, è in questo caso un mondo che permette di sperare. Un mondo dove anche gli ultimi, sebbene a prezzo di mille difficoltà, ingiustizie, perdite, possono sperare in un futuro migliore.
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