Tre vite una settimana – Michel Bussi
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“Io è un altro”. No, cari avventori del Thriller Cafè, non ho dimenticato improvvisamente le regole di base della grammatica. Si tratta di un passaggio di una lettera che Arthur Rimbaud scrisse a Paul Demeny, che Michel Bussi decide di utilizzare come sottotitolo della prima parte del suo ultimo romanzo “Tre vite una settimana” (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca). L’autore usa questa frase perché nel suo libro ci vuol portare a riflettere sul tema dell’identità, tema a lui caro ed esplorato altre volte anche nei suoi romanzi precedenti.
Siamo nelle Ardenne francesi. In un crepaccio viene ritrovato il cadavere di un ingegnere, Renaud Duval. Il cadavere è stato immediatamente identificato perché ha addosso i documenti. Nella sua macchina poco distante vengono però ritrovati i documenti di altre due persone, Hans Bernard e Pierre Rousseau, entrambi nati lo stesso giorno di Duval, ma in luoghi distanti tra loro. Mentre Duval è di Charleville-Mezieres (che è il paese di nascita di Rimbaud), Bernard è di Mende, nel Lozere, mentre Rousseau è di Parigi. Partono le indagini per stabilire se si tratti di suicidio o di omicidio e per scoprire anche cosa si cela dietro alle altre due identità di Duval. Sono documenti falsi? Oppure Duval aveva tre vite parallele? Katel Marelle, capitana della gendarmeria di Charleville-Mezieres, temperamento coriaceo e burbero, si trova fin da subito a dover dipanare una difficile matassa. Che ha le sue origini nella storia lontana della Boemia (anzi, della Cecoslovacchia) e ha molto a che fare con l’arte, il teatro e le marionette, che proprio a Charleville-Mezieres celebrano ogni anno un famoso festival internazionale.
Bussi ci cattura con le sue usuali avventure pirotecniche, che costruisce con enorme fantasia, introducendo personaggi originali, un po’ ai confini della realtà, sempre molto divertenti. Si, perché lui sa unire al nero e al macabro che circonda ogni delitto, un lato quasi ironico e bizzarro della vicenda, in un mescolamento che aiuta a tenere alta l’attenzione del lettore, riuscendo al contempo a farci riflettere su aspetti seri della nostra vita. Non è certamente un tema nuovo quello del doppio, ma Bussi, che si spinge sempre oltre, lo declina in questo caso addirittura nel tema del triplo. Una stessa persona capace di vivere contemporaneamente tre vite, che mettono in rilievo tre aspetti diversi della sua personalità. Ci ricorda, parafrasando Walt Whitman, che noi conteniamo moltitudini e che mille sono le sfaccettature che contribuiscono a delineare la personalità di un individuo. Ci sono tinte luminose e tinte oscure, lati scabrosi e aspetti dolci, che contribuiscono tutti a rendere la vita più affascinante.
Volendo andare ancora di più in profondità, Bussi ci spiega che il doppio e il triplo per eccellenza è raffigurato nel ruolo dell’artista: poeta, scrittore o marionettista che sia. Perché in lui vive fino in fondo la tensione tra la vita reale e concreta dell’essere umano e quella fittizia, ma non meno vivida, delle sue rappresentazioni e dei suoi personaggi. Così scopriamo che a volte, per chi realizza burattini e marionette, lo spettacolo che questi ultimi mettono in scena può essere quasi più importante della vita di chi li ha generati. La creazione a volte prende il sopravvento sul creatore. Sullo sfondo un paio di altri temi arricchiscono la narrazione di Bussi: un inno alla libertà dell’arte che non può essere costretta a servire regimi oppressivi e che va sempre incoraggiata nella sua volontà di trasgressione e di leggerezza, ma, soprattutto, traspare da ogni pagina un amore sconfinato per il proprio Paese. Una Francia della quale non si stufa di narrare, come ha fatto anche negli altri suoi romanzi, la bellezza dei paesaggi e dei luoghi più remoti. Patria di artisti straordinari, luogo di accoglienza per eccellenza per tutti coloro che scappano dai tiranni, culla di libertà, uguaglianza e fratellanza, di cui, dobbiamo ammetterlo, tutti noi siamo un po’ figli.
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