Edito da Mondadori nella storica collana “Il Giallo Mondadori”, è in libreria dal 13 aprile scorso “Neroinchiostro”, romanzo d’esordio di Sara Vallefuoco. In una recente intervista radiofonica l’autrice ha dichiarato di essersi innamorata del genere giallo leggendo un romanzo del 1968 attribuito a Hitchcock (ma in realtà è di Robert Arthur), dal titolo “l’orologio che urla”.
Romana di nascita, Vallefuoco vive a Telve (Trento), dove insegna materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Prima di pubblicare questo romanzo si è diplomata in pianoforte, laureata in musicologia e ha lavorato come catalogatrice di libri antichi, libretti d’opera e manoscritti musicali presso l’Archivio di San Giovanni in Laterano in Roma, l’Abbazia di Montecassino e la Biblioteca Reale di Torino.
Si tratta di un esordio letterario, dicevamo, sebbene sia forse più corretto parlare di consacrazione. Infatti è suo il racconto “La gamba di gesso”, vincitore del Premio Gran Giallo città di Cattolica nel 1999, come pure suoi sono i racconti “Confini” e “Di giovedì”, vincitori del premio “Segnalibri d’oro” rispettivamente nel 2015 e nel 2016. L’anno successivo (2017) ha “solo” sfiorato (da finalista) la vittoria nel premio “Giallo Garda” con il racconto “Prima degli esami”, e lo stesso è accaduto nel 2019 al premio letterario “Antonio Gramsci” (promosso dall’associazione “Casa natale Antonio Gramsci”) con il suo primo romanzo, questo, a cui è dedicata la nostra recensione.
La mise-en-scène e il plot appaiono subito affascinanti ed efficaci. Siamo nel lontano 1899. Finisce un secolo e ci si affaccia nel Novecento. La penisola italiana è formalmente unita in un unico Stato, eppure l’Italia non è ancora un’unità. Non lo è dal punto di vista spirituale e sentimentale, né da quello culturale, e neppure da quello linguistico. L’italiano non esiste. Gli italiani sono un coacervo di genti diverse, e tra queste genti troviamo anche il giovane vicebrigadiere torinese Ghibaudo, catapultato nell’aspro entroterra sardo insieme a un gruppo di carabinieri provenienti da ogni parte del Regno, per combattere il brigantaggio. L’isola sarda e il Piemonte sabaudo facevano parte del Regno di Sardegna anche prima dell’unità d’Italia, ma non hanno mai avuto granché in comune. Il nostro protagonista si ritrova in un piccolo villaggio, in piena estate, nella minuscola stazione dei carabinieri di Serra (paese immaginario, ma realistico), situata proprio nel bel mezzo di una landa inospitale e arida, dominata dalla siccità e dalla calura. Una specie di far west italiano, con qualche gola e pochi arbusti per nascondersi. Perfino la criminalità qui è assai diversa da quella di Torino, dove il Nostro è cresciuto. Qui i crimini sono tanti, ma non vengono denunciati. Non è il diritto a sanare le controversie, bensì la legge più diretta e immediata dei coltelli e delle vie di fatto. Per questa ragione è sorprendente che quel giorno qualcuno si rivolga alle istituzioni, cioè ai carabinieri locali.
«Una denuncia! Chi osa tanto, da queste parti?»
È Lianora, una popolana locale, vedova di un ostaggio ucciso nella notte di San Giovanni. A quanto pare c’è stato un furto a casa sua, perciò adesso il maresciallo Audisio e il vicebrigadiere Ghibaudo saltano sul cavallo e vanno a vedere di cosa si tratta. Giunti sul posto, mentre stanno ispezionando la stalla, il Nostro vede qualcosa che lo sconvolge e che cambierà radicalmente i connotati dell’indagine. Si tratta di un uomo che giace a terra, con gli occhi e la bocca aperta, e un coltello piantato nel petto. Peggio ancora, non è un uomo qualunque, ma si tratta di un collega dell’Arma.
I primi indizi sembrano suggerire che il responsabile dell’omicidio possa essere il bracciante di Lianora, un tale di nome Anania. Eppure Ghibaudo sente che qualcosa non quadra, sospetta che dietro le apparenze si celi una verità più complessa e malevola, meritevole di essere indagata e scovata.
L’autrice da vita a un giallo elegante, sviluppato con una trama avvincente e una scrittura curata ma brillante, abbastanza ricercata ma efficace, adeguata allo scopo. Buoni anche i personaggi e l’ambientazione, che contribuiscono a fare di questo romanzo un testo apprezzabile e godibile.
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