Una personale definizione che darei ai libri di Mauro Corona è romanzi di espiazione, e Nel muro non fa eccezione. Anzi, per quanto mi riguarda ne è una bellissima, lacerante prova.
In uno dei tanti boschi che ricoprono i crinali montuosi dell’Italia Nord Orientale, un uomo scopre una baita, immersa nella fitta vegetazione, appartenuta ai suoi antenati. Stanco della vita nel paese e insofferente ai rapporti sociali mai completamente instaurati, l’uomo decide di stabilirsi nel vecchio casolare, isolandosi da tutto e tutti, e fare definitivamente i conti con il proprio turbolento passato.
Durante alcuni lavori di ristrutturazione, dall’intercapedine di una parete interna fuoriescono tre cadaveri femminili mummificati. Sulla pelle rattrappita e annerita di quello che rimane delle tre giovani donne si scorge una calligrafia indecifrabile, un susseguirsi ininterrotto di segni incomprensibili, apparentemente senza senso, a coprire interamente il corpo incartapecorito come un sudario. Ad aggiungere ulteriore mistero è la presenza di minuscole, enigmatiche sculture depositate sulle pelvi.
Per l’uomo, intenzionato a capire se si tratti davvero di scrittura e se questa celi un significato segreto e di conseguenza la causa di quei tre cadaveri nascosti nella parete, inizia una vera e propria discesa agli inferi. Un ossessionante e onirico viaggio, tra ubriacature e allucinazioni, alla scoperta delle origini delle giovani donne e del destino che ha prematuramente strappato loro la vita.
In una recente intervista in occasione dell’uscita del docufilm “La mia vita finché capita” che lo vede protagonista, Mauro Corona si definisce, e non è la prima volta, uomo iniquo e perverso.
È senz’altro un autore fuori dagli schemi, uno che o si ama o si odia. Non ammette mezze misure, come non le concede a se stesso quando racconta o parla di sé. Nemmeno le sue sculture, spesso raffiguranti figure tormentate, ne sono esenti.
I temi a lui cari nei quali è cresciuto e si è formato, ovvero la vita tra le montagne, l’uomo solo alle prese con i perpetui cicli delle stagioni e i ritmi circadiani di un’esistenza lontana anni luce da quella brulicante, agiata e indifferente delle città, in questo romanzo vengono elevati all’ennesima potenza. Come in altre sue storie, Mauro Corona si fa carico delle responsabilità delle generazioni passate e di quanto, nel bene e nel male, è stato tramandato a quelle future, mostrandone gli aspetti più arcaici e retrogradi, quasi tribali.
La narrazione in prima persona è così coinvolgente e trascinante che a un certo punto passa in secondo piano se ciò che attraversa il protagonista sia reale o frutto della sua immaginazione alterata. Forse stiamo leggendo un thriller, più probabilmente un giallo cold case, a ogni modo quello che conta è arrivare a capire il destino delle tre donne e la ragione del tragico epilogo, e tutto diventa necessario per ottenerne la comprensione. I pensieri, le inquietudini, le fissazioni, i ricordi infelici e gli incubi che lo assillano diventano in qualche modo angosce anche per il lettore. E il finale liberatorio si rivelerà un’esperienza catartica, non solo dal punto di vista di giustizia nei confronti delle tre sventurate, ma allo stesso tempo un monito che riguarda tutti noi.
Emblematiche e struggenti sono le riflessioni finali dello stesso Corona “a margine del rischio”.
Nel muro è un percorso doloroso in cui al protagonista farà compagnia la natura selvaggia e incontaminata, con la sua silenziosa crudeltà e la sua fragorosa mitezza, due indispensabili facce della stessa medaglia. La Natura, unico vero, equo convivente dello sleale essere umano, e unico vero mezzo con cui raggiungere la salvezza.
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