Immaginate di varcare la massiccia porta di un maniero sospeso sopra San Francisco, dove il vento porta con sé pagine ingiallite e, in corridoi avvolti dalla nebbia, riecheggiano ombre di famiglie spezzate. È qui che Sebastian Trapp, celebre autore di gialli e “maestro dell’inganno”, convoca la “cronista” per eccellenza, Nicky Hunter: un’anziana penna esperta di detective fiction, ora chiamata a mettere nero su bianco non solo i segreti di un uomo morente, ma l’ultimo, fatale atto di un dramma che affonda le radici vent’anni prima.
A partire dall’inquietante prologo – un omicidio silenzioso consumato nell’oscurità di un laghetto di koi – “Mia cara Miss Hunter” si dipana come una sinfonia in tonalità minori: dialoghi cesellati da battute fulminee, corridoi che implodono in giochi di specchi e stanze che custodiscono memorie più letali di un proiettile. A. J. Finn non indugia davanti all’atmosfera gotica: la penombra cala all’improvviso, e ogni parola assume il peso della promessa di un colpo di scena.
La vera forza del romanzo risiede nella tensione sottile fra narratore e lettore, entrambi prigionieri di una trama che affila il rasoio della curiosità. Chi è davvero Sebastian Trapp? Con quali segreti convive la figlia Madeleine, e quanto sono disegnate su misura le mura di vetro della sua seconda moglie, Diana? E soprattutto: quelle sparizioni di New Year’s Eve 1999, furono un capolavoro di ingegno o un crimine perfetto?
Tra ombre di Doyle e rimandi a Christie, Finn costruisce un’edizione moderna del “whodunit”, svuotata di cliché e riproposta in una veste tanto elegante quanto spietata. Le pagine scorrono rapide, grazie a capitoli brevi e taglienti come proiettili, ma non è un thriller “da aperitivo”: è un banchetto letterario che richiede il palato allenato di chi ama immergersi nell’architettura di un racconto pieno di cunicoli nascosti e rivelazioni che ribaltano ogni certezza.
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