Oggi al Thriller Café parliamo de ”L’uomo verde”, il romanzo dello scrittore e critico letterario britannico Kingsley Amis. Pubblicato alla fine di gennaio dall’editore Neri Pozza, è tradotto dal rinomato Gianni Pannofino e, per discuterne, sarà necessaria una buona dose di whiskey!
L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1969, è un’atipica ghost story carica di umorismo, satira e scorrettezza politica.
Il romanzo si apre con la presentazione della famiglia Allington e della loro prestigiosa locanda, L’uomo verde: esposta su una strada di campagna che porta a Cambridge, la pensione vanta un’antichissima origine che la rende parte della tradizione britannica e una menzione all’interno di una famosa guida turistica. Accanto al suo menù tipico, viene esaltata un’altra significativa caratteristica: la consolidata apparizione di fantasmi!
Eppure, da quando il nostro protagonista, Maurice, ha acquistato la locanda non ha mai avuto modo di dar credito alle popolari dicerie.
Incallito bevitore, il nostro gestore passa le proprie giornate tra la conduzione della locanda, le lamentele della sua seconda moglie, una figlia adolescente sempre incollata al televisore e un padre anziano dalla salute precaria. Per Maurice lo stress e la tensione sono sempre elevati e sono spesso accompagnati da una serie di piccoli malesseri fisici, amplificati da un’evidente ipocondria. Per tentare di rilasciare la tensione e ravvivare la sua esistenza, Maurice non si fa mancare una consistente successione di relazioni fedifraghe.
Tuttavia, nonostante una nuova ambiziosa conquista amorosa, nelle giornate del nostro protagonista si inserisce un nuovo fenomeno, di certo non conosciuto per le sue proprietà rilassanti: l’apparizione di un inquietante fantasma, rigorosamente in mancanza di testimoni.
A fare la propria comparsa è l’ambigua figura del Dottor Underhill: si tratta di un misterioso negromante del diciottesimo secolo, che ben presto paleserà le sue perverse intenzioni.
La mancanza di ulteriori testimoni fa sì che Amis riesca a giocare egregiamente sulle fragilità di Maurice, portandoci ad interrogarci sull’effettiva presenza di questa malvagia entità. Starà al nostro protagonista allontanarsi dai suoi vizi per tentare di difendersi dall’incredulità dei suoi cari e proteggerli dalla perfidia del Dottor Underhill.
Il romanzo di Kingsley Amis si presenta in modo eccellente.
Lo stile è solido, fatto di capitoli fitti che non lasciano alcun particolare al caso. Nonostante sia ambientato nell’Inghilterra della seconda metà del Novecento, per certi versi mi ha ricordato le ambientazioni gotiche di Shirley Jackson.
Inizialmente il romanzo si dedica principalmente alla presentazione dei personaggi più rilevanti: attraverso le vicende che li riguardano, lo sguardo impietoso e acuto del signor Allington ne sottolinea le caratteristiche peculiari, come le debolezze e le contraddizioni insite nell’animo umano.
Anche il nostro protagonista non omette le sue vili dipendenze: eppure, nonostante ciascuno di noi potrebbe provare dei riguardi nei confronti di una persona tanto frivola, nel corso della lettura non possiamo far altro che affezionarci e divertirci delle imperfezioni di Maurice.
Come avrete avuto modo di intuire, la trama è spiritosa e intrigante, e Amis non si preclude satirici commenti, anche sulle fondamentali istituzioni religiose.
Siamo di fronte alla ripubblicazione di un validissimo romanzo che si discosta dalle contemporanee narrazioni tipiche del genere horror, portando una trama e una costruzione delle più classiche e di cui è difficile stancarsi.
Recensione di Giada Belloro.
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