Non fidarti della luna nel pozzo – Barbara Perna
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Quarta avventura per la giudice Annabella Abbondante, alter ego dell’autrice che dall’esperienza maturata al Tribunale di Montepulciano ha tratto molti spunti per creare l’immaginaria sede giudiziaria di Pianveggio dove, a dispetto delle dimensioni del paese, si aggirano lochi individui e personaggi gustosi. Per chi non avesse letto le precedenti avventure, Annabella è un magistrato assegnato alla sezione fallimentare ma con l’investigazione come hobby, che vive in una casetta senza ascensore (frequenti le sue sbuffate su per le scale), vicina al terrazzo di una creatura eterea e saggia come Calpurnia, la psicologa poetessa ispirata ad un’amica di Barbara, che tra un’infornata di biscotti alla lavanda e lo spostamento di grossi vasi da fiori, trova il tempo per dispensare coccole e pacificazioni.
La affianca, nelle funzioni e nelle indagini, il mitico cancelliere Paolo Sarracino detto Dolly (perché andrebbe clonato) che, con la sua fittissima rete di contatti ed informatori inconsapevoli, riesce sempre a fornirle dritte e retroscena sugli abitanti del paese.
Dei suoi amici del cuore, in questa puntata Annabella è quasi privata: Alice, la giornalista, è stranamente lontana, quasi critica; Gabriele vive a Roma e il suo compagno, Nicola Carnelutti, di professione commissario di polizia, nei confronti di Annabella qui è sempre infastidito, scocciato dalle ingerenze dell’amica nelle investigazioni ufficiali. Michele, poi, il gestore del bar caffè la Palermitana e inventore di goduriosi caffè al pepe, è così sverso da rendere cattivi persino i suoi epocali cannoli.
Sul perché di questo improvviso sfilacciamento della rete affettiva della protagonista ci torniamo tra poco.
Il trigger che qui fa da chiamata all’avventura è un duplice omicidio: dapprima viene rinvenuto cadavere il professore di filosofia del liceo locale. E’ caduto o l’hanno gettato nel pozzo che orna il cortile della scuola? L’uomo era ruvido, ma amatissimo dai ragazzi, salvo forse da tal Andrea Guerrini, il contestatore e graffitaro che, sospeso per le sue intemperanze spray, deve anche saltare la gita scolastica. Dopo pochi giorni anche il bidello dell’istituto fa una brutta fine. I due delitti sono collegati o la comunanza di luoghi è solo accidentale?
Annabella – questo va detto – stavolta non avrebbe né tempo né voglia di occuparsene, travolta com’è da vari accadimenti famigliari che la impegnano persino più del solito. Alla usuale ingerenza di sua sorella Maria Fortuna, qui aggravata dalla gravidanza a termine che la rende una Mater Matuta a cui tutto è dovuto, si aggiunge infatti l’arrivo in casa di Vittoria, la nipote adolescente di stanza a Sorrento, trasferita temporaneamente perché in difficoltà esistenziali.
Però, un po’ la natura curiosa di Annabella, e molto la stima che riscuote presso i liceali, che ancora ricordano come ha risolto un caso precedente, sospingono la protagonista a fare e a farsi molte domande, aiutata stavolta proprio da Vittoria, che arriva a frequentare il liceo Verdi, sfondo dei due misteriosi ammazzamenti.
La trama gialla è punteggiata, come cozy crimes rules esigono, di spassosi siparietti umoristici, dove Barbara motteggia varie figure per così dire istituzionali all’interno della vita giudiziaria di qualsiasi foro: i colleghi magistrati, dove si alternano figure cristalline ancorché respingenti e caustiche come la nuova Pm Laura Rondella e personaggi opachi come il procuratore capo Alberto Granito, frizzanti addette all’Ufficio del processo come Allegra Saltimbanchi e periti nominati curatori come l’inflessibile Massimo Rigore (sì, la Perna ce lo ha confessato durante la presentazione del suo libro alla Scatola Lilla di Cristina di Canio a Milano: la scelta dei nomi non è casuale).
Ma il vero punto di forza di questo romanzo è, per come la vedo io, un altro, e si ricollega a quello strappo esistenziale che vede gli amici di sempre un po’ distanziati, ancora affettuosi ma non più membri di quella combriccola forse adolescenziale che aveva permeato di rosea leggerezza i volumi precedenti. Nella sua quarta comparsa sugli scaffali delle librerie, Annabella fa molti scatti in avanti nell’arco di trasformazione del personaggio. Fronteggia una preoccupazione sorda, che le cova nel petto, per la salute di Ferruccio Landi, il suo collega e compagno. Convive con la mancanza di sonno, la mancanza di bollettini medici incoraggianti, le persone gentili che si informano e poi tornano alle loro faccende e le richieste di attenzione di una sorella ingombrante ma a sua volta spaventata.
Non era un compito facile quello che si è ripromessa Barbara: lasciare alla sua scrittura tutte le caratteristiche che l’hanno fatta conoscere e tanto amare da colleghi scrittori e lettori, e al contempo far crescere la sua eroina in un percorso di vita che la rendesse più vera, più simile a tutti noi, e poiché non avrebbe avuto senso strapparla dal suo contesto da borgo toscano incantato, l’autrice ha pennellato di fosco l’atteggiamento dei suoi personaggi ricorrenti, stringendo ciascuno di loro in un piccolo grande tormento. Operazione più che riuscita, perchè nella medesima trama ha affidato la parte gioiosa, quella che strappa risate, ai nuovi personaggi sopraggiunti, che contrappuntano efficacemente le preoccupazioni dei protagonisti. Ecco quindi gli entusiasmi da stadio, le sagre di San Clemente, gli amoretti dei liceali e le intemperanze di Maria Fortuna a calmierare quella bolla di attesa e speranza dentro cui Annabella galleggia, a volte piange, altre volte consola e sempre, spasmodicamente e tenacemente, vive, parla, si muove e va avanti.
Libri della serie "Annabella Abbondante"
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