L’ultima a morire – Cesar Perez Gellida
Cesar Perez Gellida, Valladolid 1974, laureato in Geografia e Storia. La sua scrittura e la costruzione dei romanzi è tanto originale che in Spagna è stato addirittura coniato il termine “gellidismo” a significare il suo stile.
“L’ultima a morire” esce nel marzo 2020, in piena emergenza COVID, e la prima cosa che si coglie è la conoscenza profonda, da parte dell’autore, degli argomenti trattati che palesemente discende da uno studio specifico e dall’ausilio di esperti che peraltro vengono ringraziati espressamente dall’autore alla fine del libro. Alcuni di loro sono presenti nel romanzo quali personaggi minori.
Molte sono le frasi ad effetto che incuriosiscono il lettore, tra queste ne ho scelto alcune:
“la differenza tra la morte e sorte in fondo sta in una sola lettera”;
“notò un’adolescente che faceva passeggiare il cane e che aveva scritto in faccia quanto si fosse pentita di avere insistito sino alle lacrime perché le comprassero l’animale”;
“c’è chi vuole sia l’uovo oggi che la gallina domani”
anche se, chissà perché, mi ha colpito una frase apparentemente insignificante (“ciao, ciao Menelao”) utilizzata per caratterizzare di semplicità un personaggio del libro.
La protagonista è Sara Robles, ispettore di polizia a Valladolid, responsabile delle indagini, figlia di poliziotto in pensione, affetta da ipersessualità, a capo di una squadra di tutti maschi che le riconoscono il ruolo di guida e la rispettano. Insieme a lei ci sono altri personaggi: Ramiro Sancho, il Rosso (con il quale intratteneva una relazione finita prematuramente), ottimo poliziotto, ormai operativo prevalentemente all’estero in una squadra specializzata nella repressione della tratta delle donne e dei bambini; il bel Mauro Craviotto (somigliante all’attore Matthew McConaughey, somiglianza che a un certo punto gli costerà cara), anche lui Ispettore di polizia attivo nel settore delle opere d’arte e del traffico illecito delle stesse, bello e affascinante: (“tenero, audace, ma soprattutto creativo con la lingua e con le mani…”); il cattivissimo Samir Qabbani: (“più pericoloso di un barbiere guercio con il singhiozzo”); Dona Teresa che per rendere chiaro il suo ruolo di capo della Banda dei Gitani e per scoraggiare Qabbani dall’idea di provare a truffarla gli dice (“non mi piacciono le puttane né i loro figli”). Ci sono poi cenni sulla mafia russa e sul tentativo, ormai avanzato, di questa organizzazione di inserirsi nella gestione del traffico di stupefacenti e della prostituzione nel sud della Spagna, si parla della lotta con bande Albanesi e con alcune frange della Camorra per acquisire il controllo della zona, c’è poi un furto occasionale, un furto organizzato, un altro genialmente progettato ma solo tentato e tanti morti e storie di vita dei vari personaggi, tutti molto bene caratterizzati.
Interessante è anche la struttura narrativa dato che il libro inizia quasi dalla fine e lascia il lettore sospeso sino a tre quarti dello stesso allorquando riprende il racconto dalla scena iniziale.
La prima indagine riguarda la morte di un’anziana nella sua abitazione di Valladolid del cui omicidio è indagato un nipote, il nucleo centrale però è rappresentato da un furto in un Museo attraverso il sottosuolo della città e prima ancora dalla ricerca dei collaboratori per l’esecuzione dello stesso: un esperto delle fogne cittadine (Carlos Antonio Belmonte Camargo, chiamato “Pixie”), un vecchio minatore dell’Asturia (Raimundo Trapiello Diaz, chiamato “Dixie”), che svolgono il lavoro di scavo e con l’ausilio di un altro Qabbani (Emile, cugino di Samir, chiamato “Jinks”), imposto da uno dei capi della mafia russa, committente del furto. A poco a poco si svela la figura dello (“Spaventapasseri”), Tinus Van der Dyke, direi coprotagonista del romanzo, mente dell’operazione, esperto di arti marziali israeliane, d’arte e falsario di ottimo livello. Ogni personaggio è ottimamente caratterizzato con aneddoti sulla sua vita e sui costumi della società di provenienza.
Consiglio vivamente la lettura. Tra gli autori spagnoli che ho letto di recente, solo Javier Cercas, in Terra Alta, mi ha fatto una simile impressione e vedrete che già dal secondo o terzo capitolo capirete il significato del “gellidismo”.
Recensione di Antonio Galdiero
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