Cosa può avere a che fare la grande e sfortunata poetessa americana Sylvia Plath, morta suicida, con l’omicidio di due anziane sorelle di Asiago brutalmente assassinate a martellate nella loro modesta abitazione? Forse è l’atmosfera di lirica disperazione che spesso pervade i versi di Sylvia a suggerire a qualcuno, che riesce a rimanere ignoto, di tappezzare la cittadina con fogli contenenti poesie della Plath con lo scopo di risvegliare l’attenzione della gente su quell’efferato delitto compiuto sette anni prima, di cui non si è mai scoperto il colpevole.

Deve occuparsene, o meglio vuole occuparsene, il luogotenente dei Carabinieri Gaetano Ravidà, barese verace, che però da poco ha assunto il comando della locale stazione. Ravidà è sull’Altipiano per sua scelta. Vi si è rifugiato perché la sua città, dove era un investigatore noto e molto apprezzato, è divenuta per lui invivibile quando  la moglie, dopo venticinque anni di matrimonio e due figlie ormai adolescenti, un giorno gli ha rivelato di essersi innamorata di un altro uomo e di non poter vivere senza il nuovo amore. Quindi separazione, trasferimento, figlie affidate alla moglie e all’altro. Un vuoto esistenziale che solo le frequenti telefonate con le ragazze, che lo amano e rimpiangono, riescono in parte a colmare.  

Ma Ravidà è un uomo solido, la sua crisi esistenziale solo marginalmente turba il suo senso del dovere e la lucidità con la quale sa compiere il suo mestiere. Quindi del caso Bedin vuole occuparsene, mentre tutti intorno a lui, a cominciare dai suoi più stretti collaboratori maresciallo Strazzabosco e brigadiere Casarotto, fino al sostituto procuratore della Repubblica, il suo conterraneo pugliese dottor Pazienza, ritengono ormai la faccenda, trascorsi infruttuosamente molti anni, destinata all’oblio, la verità sepolta dal tempo. Meglio occuparsi di casi più urgenti, di un coniglio impallinato nel giardino di casa della proprietaria, dei corpi riaffiorati dai ghiacci di due combattenti della prima guerra mondiale…

Ma Ravidà insiste: mette i suoi uomini a caccia dell’ignoto disseminatore delle poesie della Plath e alla fine lo scopre, anzi la scopre. E a quel punto sembra che anche il caso Bedin sia a una svolta. E’ Lilli, un’anziana Hippy che pare ancora vivere in pieni anni ’60, la sparpagliatrice di quelle poesie, animata proprio dall’intento di svelare la verità su quei lontani omicidi; perché lei sa. Anni prima, in punto di morte, la sua cara amica Carmen le aveva rivelato che ad uccidere le due sorelle era stato il proprio marito, per motivi di interesse legati a certi terreni. La donna non aveva voluto andarsene all’altro mondo senza togliersi quel peso dalla coscienza. Dunque tutto chiaro? Tutto risolto? Forse no. L’istinto porta Ravidà a diffidare di quella soluzione cadutagli nel piatto. A confermare i suoi sospetti sarà un nuovo omicidio, quello di un’attraente badante rumena uccisa proprio nel solenne giorno della Grande Rogazione, una maestosa processione che la gente del luogo chiama “Il giro del mondo” perché si snoda nell’Altipiano per ben trentatré  chilometri. La nuova vittima risulterà in qualche modo legata alla fosca storia di sette anni prima. L’intelligenza investigativa di Ravidà comincerà con pazienza a legare fili, a intuire connessioni, fino a raggiungere la verità, immancabilmente sorprendente, imprevedibile e sensazionale.

Chicca Maralfa, barese, giornalista professionista sia nella carta stampata che in tv, è qui alla sua terza prova narrativa, che ci sentiamo di giudicare la più riuscita. Con un ritmo narrativo non incalzante, ma sostenuto e sinuoso, capace di scavare a fondo il profilo psicologico dei suoi personaggi, e non del solo protagonista, questo romanzo avvolge il lettore in un’aurea di suggestioni e misteri, in una tensione crescente, sfruttando bene il contrasto emotivo tra la soavità dell’ambientazione montana dell’Altopiano di Asiago e i torbidi misteri celati sotto la neve o nel passato.

Sconto di 0,50 EUR
Lo strano delitto delle sorelle Bedin. La prima indagine di Gaetano Ravidà
371 Recensioni