Immaginate la famiglia perfetta, Beth e Tom Hardcastle: belli, innamorati, felici, con una deliziosa figlia con un assurdo nome da cagnolino, assolutamente adorabile. La loro casa è un cottage inglese che sembra uscito da una rivista, e anche la loro vita sembra scorrere su binari felici.

Immaginate però che una sera la polizia suoni alla porta, convinta che Tom sia un serial killer.

Mentre l’indagine prosegue e le prove si accumulano chiedetevi: è davvero possibile che la moglie non ne sapesse nulla?

Questa in sostanza la trama di La moglie di serial killer, romanzo di esordio di Alice Hunter, anticipato da commenti entusiastici della stampa anglosassone: il thriller rivelazione dell’anno, un esordio grandioso, il romanzo di cui tutti parlano.

In realtà questo thriller non riesce a essere all’altezza delle aspettative che queste review entusiaste potrebbero generare (anche se, a onor del vero, il lettore di thriller è per sua natura sospettoso e portato a diffidare delle apparenti verità): è una piacevole lettura estiva, adatta a una stagione già troppo calda che non invoglia a impegnarsi troppo, o perfetta da infilare in borsa per un viaggio in treno, ma nulla di più.

La storia si snoda in brevi capitoli incentrati sui punti di vista di Tom ma sopratutto di Beth, con qualche capitolo dedicato a un altro personaggio che comparirà nel corso della storia: la scrittura è semplice e lineare, che scorre senza particolari scossoni.

Lo spunto di partenza potrebbe essere davvero interessante: la letteratura ci ha abituato a romanzi affrontati dal punto di vista del serial killer, della vittima, della polizia, ma quasi mai è stato dal punto di vista di chi sta vicino all’omicida. Ed in effetti la Hunter racconta di un’indagine ma sopratutto di una vita perfetta che si sgretola e di ciò che si nasconde dietro la facciata, incappando però nell’errore che troppe volte compiono gli autori esordienti: cercando di creare un meccanismo narrativo perfetto, che stupisca e sconvolga, ricco di colpi di scena e con un finale travolgente, attinge a tanti – troppi – cliché consolidati in libri e serie tv, che si tratti di situazioni o di analisi dei personaggi. Lo fa in modo lineare e fluido, ma ciò che manca è un vero effetto di imprevedibilità, una malvagità disturbante, una vera oscurità; è un po’ come un programma true crime, dove viene raccontata una storia anche raccapricciante ma dove manca un vero e proprio jumpscare che faccia impennare l’adrenalina.

A margine del ragionamento: in realtà il tema dei familiari dei killer è un tema più volte trattato proprio dalla tv di genere true crime, tanto che è facilmente rintracciabile come esempio una serie americana (che conta ben 5 stagioni!) intitolata esattamente “Ho vissuto con un serial killer”, perfettamente godibile e che lascia nello spettatore la sensazione che gli USA siano un paese pericolosissimo popolato da decine di serial killer e a piede libero altrettante decine di perfetti sprovveduti.

Nel complesso La moglie del serial killer è una rispettabilissima lettura leggera, senza troppo impegno, che a volte è proprio quello che serve per staccare un po’ dalla vita quotidiana. Quello che forse è meno perdonabile per il lettore più smaliziato è il finale: c’è un momento esatto nei primissimi capitoli del romanzo – un momento molto sereno e con dialoghi infarciti di troppi punti esclamativi – che al suddetto tipo di lettore accenderà un campanello dall’allarme. Ecco, quel momento sarà quello che nel finale farà dire: ma dai, seriamente?! Alice Hunter è laureata in Psicologia e ha collaborato per lungo tempo a programmi di riabilitazione nelle carceri. Il suo lavoro a contatto con detenuti che avevano commesso crimini violenti è stato d’ispirazione per il suo thriller d’esordio.

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La moglie del serial killer. Il thriller di cui tutti parlano.
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