L’enigma dell’abate nero – Marcello Simoni
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Marcello Simoni, tra le voci di riferimento nel panorama italiano a livello di thriller storici, torna in libreria con L’enigma dell’abate nero. Il nuovo episodio della Secretum Saga, che vede ancora una volta per protagonisti il misterioso ladro Tigrinus e l’affascinante nobildonna Bianca de’ Brancacci, pare destinato a non deludere le pur elevate aspettative dei lettori.
Tanto la paura di finire in ceppi quanto una curiosità mai sopita per le proprie misteriose origini spingeranno Tigrinus, ancora una volta, all’avventura. E così, accompagnato dall’inseparabile compare Caco, si troverà a fare del suo meglio per sventare un attentato al cardinale Bessarione.
Come da tradizione, Simoni (già premio “Lizza d’oro” nel 2013 con L’isola dei monaci senza nome) si distingue infatti per una grande cura nella ricostruzione degli ambienti e del contesto storico-culturale che fanno da cornice alla vicenda dei protagonisti. In questo ultimo capitolo, oltre alla ormai familiare Firenze di Cosimo de’ Medici, faremo la conoscenza anche con un nuovo e diverso ambiente. Nel 1461, anno in cui la vicenda è ambientata, si tratta probabilmente di un’altra tra le città più vive a più affascinanti d’Italia: Ravenna.
Abbiamo così modo di familiarizzare con due realtà ugualmente dinamiche eppure diverse. A Firenze, anche al di là dell’aspetto formale, gli equilibri di potere si reggono sul denaro e sulla conoscenza. Cosimo de’ Medici, data anche la sua estrazione di banchiere e non di nobile, pare talvolta quasi divertirsi a giocare il ruolo di faccendiere tra i faccendieri: con una certa ironia, potremmo dire di primus inter pares.
A Ravenna invece, forse anche a causa della minore familiarità dei protagonisti con la città, il potere pare, anche a causa del passaggio della città, vent’anni prima, sotto il dominio di Venezia, più distante e inaccessibile, geograficamente e non soltanto.
Ancora una volta, le azioni di Tigrinus e forse anche il caso lo porteranno in rotta di collisione con madonna de’ Brancacci, diretta verso Ravenna in forza di altre dinamiche e con anche altri scopi, familiari e personali.
Risalta, in primo piano, la riluttante curiosità del protagonista per le proprie origini, alla ricerca di un incontro chiarificatore con il proprio passato. Goffamente ma invano Tigrinus cerca di giustificare, soprattutto a se stesso, questa continua ricerca come motivata dalla sola sete di denaro e di avventura. A essa si affiancano, in un ottimo equilibrio narrativo, tanto la lealtà ironica eppure profonda di Caco, quanto la legittima ambizione e il desiderio d’indipendenza di Bianca.
La cura maniacale del linguaggio, tanto nella descrizione degli ambienti quanto nei passaggi più riflessivi, trasporta il lettore in un romanzo avventuroso che sarebbe però azzardato e ingeneroso ridurre alla sola, classica, vicenda di cappa e spada. Non mancano sfide, duelli e inganni, ma la narrazione ha un respiro più ampio, che indaga in profondità nella psicologia dei personaggi.
L’enigma dell’abate nero, oltre che un thriller storico, è anche un giallo classico, con elementi che ricordano addirittura il mistero della camera chiusa: il cardinal Bessarione è vittima di un avvelenatore invisibile. L’assassino pare non avere alcuna occasione di commettere il proprio crimine eppure, inesorabilmente, procede, costringendo il cardinale sul letto di morte.
E così, pur tenendo sempre d’occhio le vicende dei protagonisti e in particolare il confronto (non più soltanto a distanza) tra Tigrinus e il misterioso abate nero, ci si scopre a cercare di indovinare tanto il colpevole, quanto le modalità del (tentato) delitto. E, anche a questa domanda, la risposta sarà molto creativa, per nulla scontata.
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