Una camera iperbarica esplosa, un processo per omicidio lungo quattro densissimi giorni e tante voci a raccontare la storia. Vincitrice dell’Edgar per il romanzo d’esordio, è proprio il caso di dire che Angie Kim con il suo Le verità di Miracle Creek ha fatto il botto!

“Si sentiva come una giovane sposa mentre avanzava nell’aula del tribunale. Di sicuro, il suo matrimonio era stato l’ultima occasione (oltre che l’unica) in cui le persone che affollavano una stanza erano ammutolite per fissarla mentre faceva il suo ingresso. Se non fosse stato per la varietà di colori di capelli dei presenti, o per le frasi smozzicate che sentiva sussurrare in inglese mentre procedeva lungo il corridoio (“Guarda, i proprietari”, “Poveretta, sua figlia è rimasta in coma per mesi”, “Suo marito è paralizzato, che cosa tremenda”), avrebbe potuto pensare di essere ancora in Corea.” (pag. 19)

Pak e Young Yoo sono due coniugi coreani che hanno deciso di emigrare negli Stati Uniti per dare un futuro migliore alla loro unica figlia Mary. Dopo varie vicissitudini, riescono a coronare il sogno di Pak di avviare un’attività molto singolare, quella di gestire una camera iperbarica per trattamenti medici nella Contea di Miracle Creek in Virginia. Pak è molto orgoglioso che il suo Miracle Submarine possa contribuire ad aiutare varie tipologie di pazienti, dai bambini autistici a uomini infertili, e ogni giorno regala un’accoglienza affettuosa e partecipe a tante famiglie in evidente difficoltà. La valenza medica dei trattamenti di ossigeno terapia, però, non è confermata dalla Medicina, tanto da collocarla nell’ambito delle discipline olistiche, attirandogli critiche e malumori, molto spesso evidenziati da manifestazioni e picchetti intorno alla struttura animati da varie associazioni umanitarie e religiose. La più attiva di tutte è guidata dalla madre di un bambino autistico che sostiene che tali bambini non siano affatto malati bensì perfetti nella loro diversità e, quindi, stigmatizza con veemenza l’atteggiamento di chi ha abbracciato l’ossigeno terapia con la speranza che i loro figli possano trarne un qualche giovamento.

Alla fine di una giornata assai movimentata, caratterizzata da una violenta manifestazione fuori i cancelli della struttura, un’interruzione di corrente causata dai palloncini delle manifestanti che provocavano interferenza con i fili elettrici aerei del sottomarino, la consueta sessione serale di terapia era stata funestata da una tragedia: l’esplosione delle bombole di ossigeno all’esterno della camera iperbarica che ha provocato la morte all’interno di due persone e il ferimento degli altri.

Anche Pak e la figlia Mary rimangono gravemente feriti: il primo, perché si è gettato tra le fiamme per cercare di tirar fuori i feriti, la seconda per essere stata investita dall’esplosione.

Cosa o chi ha causato l’incidente?

Il processo che si celebrerà l’anno successivo vedrà alla sbarra Elizabeth Ward, la mamma di un piccolo paziente autistico, accusata di aver appiccato l’incendio sotto il manicotto delle bombole d’ossigeno con l’intento di sbarazzarsi per sempre di quel figlio problematico. Il Procuratore non ha dubbi: esistono prove incontrovertibili a suo carico e la stessa giuria si dimostra da subito ostile all’imputata e orientata a emettere un verdetto di colpevolezza, che implica la condanna a morte per iniezione letale.

No, non vi ho raccontato troppo della trama. Questo è solo l’inizio, le prime venti di trecento settantasette pagine piene di pathos e scritte in maniera magistrale che vi invito a leggere senza indugio.

Vi assicuro che a distanza di tempo ricorderete anche i nomi dei protagonisti, il ché di per sé è uno dei grandi pregi di una storia ben scritta.

“Decisamente spero che il mio romanzo dia un’idea della difficile situazione delle famiglie di immigrati. I romanzi che esplorano la vita degli immigranti sono imperativi proprio ora, quando c’è così tanta ostilità nei confronti di persone viste come straniere o differenti.” Angie Kim

Angie Kim è la dimostrazione lampante che, quando uno scrittore di talento affronta un argomento che gli è familiare e gli sta a cuore, riesce a coinvolgere in maniera totalizzante il lettore.

Avvocato, figlia unica di immigrati coreani e madre di un fruitore di ossigeno terapia in camera iperbarica, la prosa ariosa e la testimonianza di vita nel duplice ruolo di figlia e madre, tutto contribuisce a rendere Le verità di Miracle Creek un magnifico romanzo corale che sfugge alle consuete (e riduttive) classificazioni. Ogni figura che incontreremo è in contraddizione con sé stessa e la propria immagine sociale per il grande dolore che porta dentro.

Penso a Matt, il medico rimasto ferito all’interno del sottomarino, che si sottoponeva alle estenuanti ossigenazioni per curare la sterilità, ma in verità per cancellare l’ombra del razzismo dalla mente della moglie coreana che lo accusava di non volersi curare per non generare figli meticci.

Oppure alla stessa Elizabeth, maniaca della cura del figlio autistico, tutta protesa al suo benessere tralasciando sé stessa più e più volte, allontanata da tutti, anche dalle madri di altri bambini disabili perché Henry “sembrava normale” e quindi, nella classifica del dolore provocato dall’handicap dei figli, sicuramente dopo una madre con bimbo paraplegico, ad esempio.

Viene evocato tante volte il dolore fisico nel romanzo, ma quello che veramente colpisce è il dolore esistenziale, sordo e senza speranza, che quasi tutti i personaggi subiscono.

L’ex avvocato Angie Kim

Le aule di tribunale erano il suo pane quotidiano fino a che qualche anno fa. Inutile sottolineare quanto il romanzo sia impeccabile dal punto di vista procedurale, ma ciò che lo rende avvincente è l’umanizzazione delle figure che appartengono al dibattimento in aula, molto spesso chiamate solo e ripetutamente per nome (Abe, il pubblico ministero, Shannon, l’avvocato difensore di Elizabeth).

Ogni maschera di scena è resa vibrante dalla profondità psicologica che la Kim utilizza per delinearle.

La ricerca della verità processuale è indubbiamente importante ma chi impatta di più sull’animo umano, il peso della mannaia della giustizia o il senso di colpa?

Il meccanismo del legal thriller è perfetto e vi farà arrovellare fino alla fine, anche se la verità che cerca l’Autrice è più ammantata di etica che di giustizia.

Angie Kim e Mary: la stessa faccia dell’adolescenza

Il personaggio di Mary Yoo è autobiografico. La Kim ammette che il percorso di dolore che ha travolto la ragazza immaginaria è il suo. I genitori chiusi dietro il vetro antiproiettile di un minimarket per diciotto ore al giorno e la possibilità di poter stendersi per poche ore nel retro bottega. Lei undicenne, affidata alla cura degli zii, che per tanto tempo ha odiato i genitori di averla trascinata via dalla sua vita, dai suoi amici, dalla sua scuola.

Angie farà dire a Mary in uno scontro con la madre: “Ti trattano come una schiava, e tu glielo permetti. Non so perché siamo venuti qui. Cos’hanno di tanto fantastico le scuole americane? Studiano la matematica che studiavo in quarta elementare!” (pag. 74)

Il sogno americano tanto agognato dai genitori si infrange contro la logica di un’adolescente?

Angie Kim e le tradizioni familiari coreane

La famiglia Yoo è resa in maniera esemplare dallo scandagliare le pieghe dell’animo della moglie Young e nell’orgoglio granitico del marito Pak, entrambi decisi a partire verso gli Stati Uniti per poter assicurare un futuro migliore per la figlia, ma rimasti ancorati saldamente alla cultura coreana.

Il romanzo è fortemente impregnato di denuncia sociale verso le disumane condizioni degli immigrati, costretti a vivere quasi in schiavitù in paesi di accoglienza, considerati a torto emblemi di libertà. Una pagina particolarmente significativa è quella relativa al concetto di “Papà oca selvatica” o “papà pinguino”, appellativi che si riferiscono ai mariti che restano in Corea a lavorare per mantenere le famiglie già all’estero e che possono incontrare i loro cari una sola volta l’anno, come le oche selvatiche, o che non riescono proprio a raggiungerli per cause economiche e quindi non voleranno mai, come il pinguino.

E poi c’è la condizione femminile, compressa dalla mentalità fortemente patriarcale, nonostante ormai si siano acquisite anche delle abitudini di vita del paese di accoglienza.

Young in America non è però diversa dalla Young di quando era a casa in Corea, perché il marito eserciterà la sua autorevolezza e terrà in mano le redini della famiglia anche dopo che l’incidente al Miracle submarine lo avrà reso paraplegico. Anzi, Young si vergognerà persino di essere più alta del marito, ora che lui è seduto per sempre e lei ne spinge la carrozzina.

Non c’è riscatto per Young come moglie, non ci potrà mai essere, ma è proprio l’ineluttabilità della propria condizione che l’ha spinta a sopportare l’indicibile pur di far crescere la figlia in un’altra nazione che le potesse dare un’opportunità di riscatto futuro.

“Mary raccolse un chicco di riso e lo infilò tra le labbra. Pak ricordava che era stata Young a insegnarle a mangiare così quando erano in Corea. “Quando avevo la tua età” aveva detto Young ai tempi “tua nonna mi faceva mangiare il riso un chicco alla volta. In questo modo, secondo la sua opinione, avrai sempre la bocca piena, nessuno si aspetterà che tu parli e non farai nemmeno la figura di un maiale. Nessun uomo desidera una moglie che parli o mangi troppo.” (pag. 49)

Young spera altro per Mary e cercherà di condurla per mano verso il proprio riscatto esistenziale, regalandoci una delle pagine più significative del libro.

Angie Kim mamma

I dolori più marcati provengono proprio dai personaggi femminili del romanzo, molte mamme e qualche aspirante mamma.

Non è mia abitudine informarmi prima su un autore che non conosco perché nella lettura preferisco farmi trasportare dall’istinto e procedere per il semplice piacere di leggere, senza pensare all’eventuale recensione. Solo a lettura terminata, andando su internet, quindi, ho capito perché i personaggi e le situazioni mi erano parse tanto vivide e drammatiche.

Angie Kim ha tre figli, ognuno dei quali ha purtroppo una patologia. La camera iperbarica le è familiare tanto quanto le dinamiche inter relazionali correlate alla gestione di un bambino con gravi disabilità.

Ai fini della ricerca della verità, sottesa al giudizio descritto nel romanzo, le dinamiche tra i personaggi femminili peseranno moltissimo, a partire dal più drammatico di tutti, proprio quello di Elizabeth accusata di aver ucciso deliberatamente il figlio autistico.

Gli aspetti scandagliati dall’Autrice sono tanti, dalla classifica degli handicap (alla quale accennavo prima) al diritto di una donna a vivere almeno uno spicchio di vita non contaminata dal pressante controllo sul bambino e al suo benessere.

Troppo spesso la società ghettizza queste eroiche mamme piuttosto che mettere in campo strumenti di salvaguardia anche del loro benessere psico-fisico e il crollo emotivo di Elizabeth è lì a testimoniare, in tutta la sua drammaticità, quanto complesso sia il rapporto con un figlio malato.

“Se Henry avesse avuto un cancro o sofferto di sordità, avrebbero provato pena e compassione per lui, non vergogna. L’avrebbero circondato di premure e affetto. L’autismo era diverso. Era stigmatizzato. E lei, come una stupida, aveva creduto davvero di proteggere suo figlio (o se stessa?) facendo finta di niente, con la speranza che nessuno se ne sarebbe accorto.” (pag. 84)

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Le verità di Miracle Creek
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