Le regole degli infami, libro di Fulvio Luna Romero in bella mostra oggi a Thriller Café, ha trovato fonte di ispirazione nella letteratura e nella geografia d’oltreoceano. È lo stesso scrittore quarantasettenne trevigiano a dircelo in una recente intervista di presentazione.
Il romanzo che ha fatto da impulso è Corruzione di Don Winslow, ma prima vorrei soffermarmi sul curioso parallelismo con Manhattan, teatro della storia di Winslow.
Geograficamente parlando, il distretto newyorkese è una penisola che si sviluppa in senso verticale, di circa ventun chilometri per cinque. Jesolo, che fa da sfondo al libro di Romero, è una penisola della Laguna Veneta e si sviluppa in senso orizzontale più o meno con le medesime dimensioni. Ecco il primo punto in comune.
Il secondo è la trama. In Corruzione si narra l’inestricabile intreccio di rapporti economici e interessi che in un equilibrio alquanto instabile, nella costante sensazione di un’imminente deflagrazione, mantiene vincolati gli uni agli altri tutti i principali attori del meccanismo finanziario, politico e sociale dell’area: la malavita, le forze dell’ordine, gli immobiliaristi, gli avvocati, la classe politica.
Ne Le regole degli infami troviamo, nel ruolo di protagonista indiscussa, la criminalità che ai giorni nostri domina Venezia e dintorni, rinata, come la proverbiale fenice, dalle ceneri della famigerata organizzazione criminale che negli anni novanta, capeggiata da Felice Maniero, ha messo a ferro e fuoco prima il Veneto e in seguito l’intero Nord-Est.
La bravura di Fulvio Luna Romero sta nel fatto di riuscire a partorire una storia che, generandosi concettualmente dalle dinamiche del mondo americano, se ne distacca acquisendo vita propria, e ci racconta, passandole al setaccio con un taglio prettamente italico, le losche manovre che hanno come massima espressione spietati atti intimidatori. Una sorta di Mala del Brenta 2.0, che domina lo stoccaggio di rifiuti tossici, lo spaccio di droga, le sale giochi, i cantieri edili e il riciclaggio di denaro.
Il nome dell’organizzazione che monopolizza tutto ciò è azienda, al cui vertice c’è Andrea Salvi. Lui è un capo sui generis, non il classico boss malavitoso che tende a ostentare e a incutere timore con atteggiamenti altisonanti nella scia della tipica, declamatoria messaggistica tra delinquenti. Come il nome della struttura, all’apparenza innocuo (e la parola apparenza è quanto mai fuorviante), lui rifugge da questi luoghi comuni, preferendo non dare nell’occhio, e agire con forza e decisione senza eclatanti risonanze. Uno dei suoi motti è: meglio essere il sindaco di un piccolo comune piuttosto che il vicesindaco di una grande città.
Quando però la consegna di un carico di marijuana viene intercettata dai carabinieri, e lo scontro a fuoco causa un morto, Andrea Salvi dovrà rivedere le sue regole ferree e mettere da parte la prudenza. Perché il confine tra crimine e legalità non è così marcato, e a volte, per ottenere vendetta, la violenza pura ed efferata deve riecheggiare in ogni strada e vicolo.
Fulvio Luna Romero scrive un bel romanzo che per alcune tematiche ricorda Gomorra di Roberto Saviano, dove i territori, controllati dalla criminalità organizzata di stampo mafioso, diventano vere e proprie città-stato, e l’assenza dello Stato con la s maiuscola è veramente tangibile.
E fa quasi sorridere – ma è un sorriso molto amaro – il pensiero di uno degli scagnozzi di Salvi quando osserva i consumatori di quella droga che contribuisce a distribuire e a far girare: Passando scorge un gruppetto di tossici sulle panchine e nota – a modo suo – come l’eroina abbia fatto, per l’integrazione, più di quanto abbiano fatto le migliori politiche europee: lì seduti ci sono bianchi, neri, balcanici e sudamericani. Tutti insieme.
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