La teoria dell’assassino – Stuart MacBride
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La fervida immaginazione di Stuart MacBride ha partorito un nuovo mostro-letterario-seriale, il sergente Lucy McVeigh. Ella conserva una bottiglia di Glenfiddich eighteen-years-old per le grandi occasioni che direi sia proprio il caso di stappare per festeggiare il suo esordio nel caso del Fabbro Sanguinario (La teoria dell’assassino – Newton Compton). Attenti a non appellarlo però “malto singolo” come a pag. 132, perché qui siamo al Thriller Café e le bevande di carattere sono il nostro mestiere!
La Divisione O della Polizia di Aberdeen è bersagliata dai media per la presunta inefficienza nel caso del Fabbro Sanguinario, un serial killer dal modus operandi quanto mai macabro: uccide e squarta le proprie vittime, asportandone sangue, parte di organi interni e l’intero cuore. L’ispettore Tudor è sotto pressione dei suoi diretti superiori e, a distanza di diciassette mesi dall’inizio infruttuoso delle indagini, gli viene chiesto di mettere in campo l’Operazione Maypole, con il compito di setacciare da capo ogni traccia, testimonianza, foto o fatto correlato al serial killer.
Alla coppia formata dal sergente Lucy McVeigh e dal detective Duncan Fraser viene comandato di ricontrollare tutte e sei le scene dei crimini. Un compito arduo quanto inutile, pensano i due, ma la politica vuole anche qualcosa in cambio per la nomina degli alti Ufficiali di Polizia, pretende risultati.
Appena finito il primo briefing della nuova super squadra investigativa, il sergente McVeigh viene chiamata da un collega perché una sua vecchia conoscenza è venuto a chiederle aiuto. Benedict Strachan è un giovane uomo in fuga da tutti, che ha già scontato sedici anni per l’omicidio di un senza tetto e ora è sfuggito al sorvegliante della libertà vigilata. E’ malmesso, terrorizzato e biascica frasi quasi senza senso. Sostiene che “loro” gli danno la caccia. Difficile credere a un relitto umano come Benedict, soggetto definito drogato e psicotico, ma Lucy sente di volerlo aiutare, almeno cercando di non farlo tornare in prigione per violazione della libertà vigilata. Ma Benedict scappa e Lucy non può fermarlo. Ha ben altro da fare.
La caccia del Fabbro Sanguinario procede serrata, tra colpi di scena e straordinari ritrovamenti che faranno di Lucy il perno dell’azione e la molla che fa scattare il meccanismo di tante menti.
“Sicura che non possiamo fare finta che abbiano fatto un buon lavoro, invece di ricontrollare tutto da capo?”
“Perché no, Nano? In fondo, non è mai capitato nella storia della Divisione O che la squadra di ricerca trascurasse qualcosa di clamorosamente ovvio, che poi si è rivelato cruciale per la soluzione del caso. Sono il manifesto della professionalità, della competenza e dell’efficienza. Cosa diavolo mi è saltato in mente?” (pag. 375)
Parlare della trama di un thriller è come camminare sulle uova: non è possibile farlo senza romperle!
Cercherò di fare una frittata piccola piccola, rivelandovi il meno possibile di una trama lunga e, in alcuni punti del finale, abbastanza arzigogolata. Ma Stuart MacBride è l’autore scozzese più venduto in Inghilterra e dunque i motivi del suo lungo successo sono solidi e ben evidenti.
Ironia e citazioni
Asciutta e scorrevole, la prosa di MacBride permette al lettore di macinare velocemente le pagine, elemento cardine dell’efficacia di un thriller. Ma la sua caratteristica principale è di far convivere cupe atmosfere e ironia, che a tratti alleggerisce l’azione cruenta. Un difficile equilibrismo, in verità, che MacBride padroneggia alla grande anche se, mi duole evidenziarlo, non mi sembra bilanciata la figura dell’agente Fraser, soprannominato il Nano. Geneticamente impacciato nella corsa o nel salire le scale, il personaggio ansima, emette suoni buffi e imprecazioni un po’ troppe volte durante le azioni concitate, tanto che viene da chiedersi come abbia fatto ad avere l’abilitazione fisica alla professione.
Decisamente meglio quando usa il sarcasmo, come a pagina 374: “Be’, almeno non dovevano preoccuparsi che il cadavere decomposto della moglie stesse marcendo da qualche parte, come la madre di Norman Bate.” [Scrive proprio Bate e non Bates, ma il riferimento al protagonista di Psycho sembra ineludibile.]
“Ti dico che è colpa di quel James Herbert. Sono stati i suoi libri a farmi venire gli incubi…” sostiene il detective Fraser a pagina 45, durante il sopralluogo sulla prima scena del crimine infestata da ratti. Ratti+Herbert = The rats series dello scrittore inglese di horror James Herbert, autore chiaramente di riferimento per tutti gli scrittori britannici, a cui MacBride dedica un esplicito tributo.
Una citazione carica di autoironia, invece, l’ho trovata a pag. 372 quando, parlando dei movimenti di un sospettato, fa dire agli agenti che il tizio fa le vacanze “a Brighton, dove ha un amico che scrive romanzi gialli”. E ne scrive di bellissimi!
L’onnipresente politica
Se c’é un argomento che nei thriller scozzesi non può mancare è la denuncia sociale e la conseguente analisi politica britannica. L’indagine del sergente McVeight le farà varcare i cancelli del St. Nicholas College, una scuola super esclusiva per marmocchi di famiglie ricchissime e l’occasione è ghiotta.
“Sai cosa dovremmo istituire? Una tassazione del cento per cento sulle eredità che superano le… centomila sterline, così quei coglioni dovrebbero spendere il loro denaro prima di morire, rimettendolo in circolazione, facendo un po’ di bene, invece di nasconderlo nelle tasche di quei segaioli dei fondi fiduciari delle banche svizzere. Si accaparrano i soldi, si accaparrano il potere, si accaparrano i privilegi e al diavolo il resto del mondo!” (pag. 158)
Tranne questa invettiva del detective Fraser molto esplicita, la politica che si insinua tra le righe del thriller è quasi sempre il sottofondo soft di un’altra azione dei protagonisti e molto spesso è trasmessa da una televisione o da una radio di bordo. Le news che scorrono, dunque, sembrano completamente avulse al contesto dell’indagine di McVeigh e, anzi, il più delle volte lei stessa non le ascolta per nulla, intenta a mangiare, lavarsi, vestirsi, parlare al telefono con qualcuno. Ma voi, mi raccomando, prestate molta molta attenzione a quei dettagli…
Il plot
Un serial killer sanguinario in azione, la Polizia che brancola nel buio, una poliziotta tormentata ma indomabile, un partner buffo e onnipresente. L’idea iniziale non sembrerebbe granché originale ma vi assicuro che a un centinaio di pagine dalla fine avviene un evento che lascia abbastanza interdetti. Ho dovuto rileggere daccapo qualche pagina prima di capire bene il senso della questione e decidere che non ve ne posso proprio parlare!
Il Fabbro sanguinario sarà assicurato alla giustizia? Questo dovrete scoprirlo da soli, ma vi posso assicurare che McVeigh sarà ben presente nei prossimi romanzi di MacBride.
Croce sul cuore, potessi morire.
Who is who?
Stuart MacBride è uno scrittore di punta del cosiddetto Tartan noir, il movimento letterario che unisce i maestri scozzesi del thriller a partire da William McIlvanney, considerato il capostipite, per finire a Ian Rankin, Val MacDermid, Louise Welsh, tanto per citarne alcuni.
I romanzi di MacBride sono ambientati ad Aberdeen e il suo personaggio più noto è l’ispettore Logan McRae, al quale ha dedicato ben tredici thriller da Il collezionista di bambini (Premio Barry come miglior romanzo d’esordio nel 2005) ad Appuntamento con la morte del 2019. Ne Il ponte dei cadaveri (2017) invece approfondisce il personaggio di Roberta Steel, presente in altri romanzi.
MacBride ha ricevuto il prestigioso premio CWA Dagger in the Library nel 2007.
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