La ragazza di Maigret – Georges Simenon
“Félicie est là” è il ventiquattresimo romanzo dedicato al Commissario Maigret.
Georges Simenon terminò di scriverlo nel maggio del 1942, alla villa Les Peupliers di La Faute-sur-Mer in Francia.
Fu pubblicato, per la prima volta presso Gallimard, il 5 gennaio 1944, all’interno della raccolta Signé Picpus.
In Italia, Mondadori lo diede alle stampe solo nel 1962, con il titolo “La ragazza di Maigret“, nella collana “I romanzi di Simenon”.
Nel 2001, Adelphi lo ha ripubblicato con il titolo “Félicie“.
Trama
Jules Lepie, ex contabile di Fécamp, avaro e scorbutico, viene trovato ucciso nella sua villa di campagna. L’uomo, soprannominato “Gambadilegno”, a causa di una gamba persa durante un viaggio per mare, è stato ucciso da una pallottola sparata a bruciapelo. I sospetti cadono immediatamente sulla cameriera di Jules Lepie, Félicie, una ragazza di ventiquattro anni. Felicie è scorbutica, bugiarda, arrogante ma sembra anche sinceramente affezionata al padrone morto, che l’aveva salvata dalla miseria.
Maigret rimane colpito dall’altezzosità della ragazza e dal suo modo di vivere, ma nonostante lei lo provochi e lo tratti in maniera burbera, prova nei suoi confronti un’istintiva simpatia. Maigret, infatti, non la crede capace di un simile delitto e cercherà in tutti i modi di arrivare alla verità, anche se sarà paradossalmente la stessa Félicie a mettergli i bastoni tra le ruote …
Félicie e l’universo femminile di Simenon
Tra il 1941 e il 1942, Simenon scrisse tre romanzi di Maigret, poi raccolti da Gallimard nel volume “Signé Picpus“: “Firmato Picpus” (1941), “La ragazza di Maigret” (1942) e “L’inspecteur Cadavre” (1943).
In “Firmato Picpus“, uno dei personaggi principali era la timida e sottomessa Cècile, che però alla fine si ribella, mentre in “La ragazza di Maigret” è la giovane e spregiudicata Félicie la protagonista della storia. Simenon, nel creare questi due personaggi femminili, mostra tutto il suo talento e la sua conoscenza del variegato universo femminile. E, come capita anche negli altri romanzi di questo periodo, lo scrittore predilige descrivere personaggi degli ambienti poveri, dimostrando una profonda conoscenza del loro mondo sia sociale che interiore.
Félicie si dimostra subito un personaggio molto particolare: capricciosa e bugiarda ma anche ragazzina insicura, che si nasconde dietro una facciata ostile e altezzosa.
Ciò che colpisce in Félicie e appunto il contrasto tra la sua fragilità femminile e il suo aspetto così palesemente esagerato e astioso.
Ne scaturisce un personaggio profondamente vero, che affronta l’esistenza e le persone mostrandosi per quella che in realtà non è.
Félicie è fatta così! Rigida come un’asse da stiro, acida, lunatica, il viso dai tratti affilati impiastricciato di cipria e rossetto, una domestica qualsiasi che si dà arie da principessa in una balera di periferia. Poi, all’improvviso, una fissità inquietante nello sguardo, o, sulle labbra, un vago sorriso, carico di sprezzante ironia.
Ancora una volta Simenon dimostra di saper osservare la realtà che lo circonda e di far suoi i personaggi che incontra per strada o nei bar e trasformarli nei protagonisti dei suoi romanzi.
Altro aspetto che colpisce di Félicie è il suo tentativo istintivo di salvarsi da una realtà che non le piace, creandosi un suo mondo privato, costruito su misura per se stessa. Ne è un esempio il suo innamoramento per il figlio del padrone e la sua convinzione che lui ricambi il suo sentimento, mentre lui non sa quasi che lei esista.
Maigret, un uomo serio, un uomo nel pieno vigore degli anni, si interessa agli amori di una ragazzina romantica! Così romantica che le pagine del suo diario sono piene di frasi del tipo:
17 giugno. Malinconia.
18 giugno. Tristezza.
21 giugno. Il mondo è un falso paradiso dove non c’è abbastanza felicità per tutti.
22 giugno. Lo amo.
23 giugno. Lo amo.
Félicie è più volte descritta mentre è intenta a leggere dei romanzi.
Si siede a tavola per mangiare e, come se non bastasse, sistema davanti a sé uno dei suoi romanzetti, toglie il coltello che fa da segnalibro e si mette tranquillamente a leggere …
Non fa fatica a immaginarsela, una volta che sarà andato via, seduta al tavolo di cucina, mentre mangia lentamente leggendo uno di quei romanzetti che compra dalla signora Chochoi.
Non è la prima volta che Simenon identifica la letteratura popolare come una “trappola tesa ai danni di anime ingenue e fantasiose” (Cfr. Valentino Cecchetti, Generi della letteratura popolare. Feuilleton, fascicoli, fotoromanzi in Italia da 1870 ad oggi, Tunué – 2011, p. 12). Abbiamo già approfondito questo tema nell’articolo “Liberty Bar“. Ricordiamo anche come in “Il pazzo di Bergerac“, una cameriera dichiara a Maigret di essere stata assalita dall’assassino, ma il suo fidanzato sostiene che la sua testimonianza non è attendibile, perché la ragazza sogna molto e legge “romanzi”, e dopo qualche giorno “crede che sia successo davvero”. Questa critica alla letteratura popolare fu ispirata a Simenon, quasi certamente, dalla lettura di “Madame Bovary“, il capolavoro di Flaubert, in cui troviamo la protagonista “totalmente perduta nell’immaginario, lettrice avidissima di riviste femminili e resoconti mondani, nonché di autori come Balzac, Eugène Sue e George Sand” (Cfr. Agosti Stefano, Il romanzo francese dell’Ottocento. Lingue forme genealogia, Il Mulino – 2010, p. 166).Maigret, profondo indagatore di anime, comprende ben presto quanto sia profondo il malessere interiore della giovane Félicie.
Vede, questa storia d’amore io l’ho capita subito… Lei è una ragazzina con cui la vita non è stata molto generosa… E allora, per fuggire da una realtà spiacevole, se n’è costruita una immaginaria… Non era più la piccola Félicie, la cameriera del vecchio Lapie, ma uno dei personaggi prestigiosi dei romanzi che legge…
«Nei suoi sogni Gambadilegno non era più un semplice padrone tignoso e, come nei migliori romanzi popolari, lei era il frutto di un amore colpevole… Non deve arrossire… Aveva bisogno di belle storie, non fosse altro che per raccontarle alla sua amica Léontine o per scrivere qualcosa nel suo diario…
«Non appena in casa è entrato un uomo, lei ha immaginato di esserne l’amante e ha vissuto con lui un grande amore, mentre il povero ragazzo, ci giurerei, non ne sapeva proprio nulla…
Jules Lepie, il rifiuto della realtà e il tema della fuga in Simenon
Se Felicié si rifugia nel mondo fantastico dei romanzi per fuggire alla realtà, non tanto diversa è la fuga dal passato del suo padrone, Jules Lepie. In molti altri romanzi di Maigret troviamo il tema della fuga (lo abbiamo già approfondito nell’articolo “Liberty Bar“), ma forse in nessun altro di quelli affrontati sino ad ora è così sviluppato. Anche il personaggio di Jules Lepie, infatti, è in fuga da se stesso, soprattutto dal suo passato di anonimo impiegato, ma si tratta di una fuga molto particolare.
Jules Lepie, ex contabile di Fécamp, soprannominato “Gambadilegno”, è un tipico personaggio simenoniano. Odia il mare e si ritira in un paesino in campagna, ma chiama la sua casa Capo Horn (luogo in cui ha perduto la gamba) e si circonda di oggetti che ricordano la vita di mare.
Sopra il caminetto, il modellino di un trealberi e, alle pareti, quadri con riproduzioni di velieri. Sembra la stanza di un vecchio marinaio a riposo, ma il poliziotto che ha svolto le prime indagini ha già messo al corrente il commissario della curiosa avventura di Gambadilegno …Povero Gambadilegno! Curioso destino il suo! Lui che odia le avventure tanto da rifiutare anche la più banale, il matrimonio, finisce per perdere una gamba su un trealberi a Capo Horn, dall’altra parte del mondo!
Per starsene in pace sceglie di vivere a Jeanneville, dove le passioni non sembrano essere di casa, le abitazioni sembrano finte e gli alberi assomigliano a quelli di legno dipinto che ornano le scuole materne.
È come se Jules volesse mitizzare il momento in cui ha perduto la gamba, come se esso fosse l’unico episodio eroico della sua esistenza. Crea così attorno a sé un mondo finto, dove recita una parte che non gli è mai appartenuta. Fugge da un mondo che non ha mai amato per poi ricostruirne una finta versione nella sicurezza della terraferma. Lepie sembra quasi aver rimosso un passato anonimo e umile, creando attorno a sé un alone di avventura marinaresca che assolutamente non gli appartiene: i suoi colleghi lo hanno fatto ubriacare e si è trovato, lui che odia il mare, su una nave diretta a Capo Horn, dove un destino beffardo lo ha reso storpio.
Il tema della fuga è ricorrente in letteratura sin dai tempi antichi, ma diviene un motivo dominante soprattutto nella letteratura moderna e contemporanea. La fuga può avere varie motivazioni: ritorno alle proprie origini o al contrario fuga da esse, ritiro in un mondo immaginario e ideale, oppure il desiderio di sfuggire ad un’esistenza che non si sente più propria insieme al bisogno di sentirsi di nuovo liberi. È quest’ultima quella che sembra ricorrere maggiormente nelle opere di Simenon: la routine, il ripetersi ossessivo di gesti convenzionali e senza senso, se non per la società che li pretende, rende gli uomini insoddisfatti di se stessi e incapaci di trovare la pace e la felicità.
La letteratura del Novecento è spesso segnata dalla consapevolezza di questo iato che si è aperto fra l’io e la vita, per cui quella non è più la “sua” vita, ma un territorio nel quale egli non riesce a penetrare e a insediarsi, un’estraneità che non gli appartiene e alla quale egli non sente di appartenere, una continua fuga di qualcosa che egli non ha mai posseduto, e che quindi non è suo, ma di cui egli ha nostalgia, come se l’avesse perduto.
(Claudio Magris, Itaca e oltre, Garzanti Editore 1982)
È curioso notare che, poco prima di suicidarsi, Marie-Jo, la figlia di Simenon, abbia scritto questa lettera:
Non c’è niente da fare, Dad, non «posso» spiegare, ma… Ho bisogno di andarmene. Pazienza se colerò a picco, se andrò a fondo, ha così poca importanza… In un’altra città, in un altro paese, o qui, è comunque la stessa cosa. Poiché non riesco a guarire, tento la fuga, una fuga irreale perché ovunque andrò mi ritroverò sempre con me stessa, e dunque una fuga stupida. Ma potrò abbassare un po’ la guardia senza avere l’impressione di svilirmi davanti a te. Soffro troppo, cerca di capire. Questa lotta che conduco da… più di sette anni contro me stessa è troppo dura, troppo assurda anche. Non ce la faccio più, capisci? E neanche l’ospedale posso più sopportare. Ci ho passato un anno e mezzo per ritrovarmi oggi in questo stato, praticamente «come prima», altrettanto angosciata e incapace di agire «normalmente». Ormai mi sembra impossibile poter guarire un giorno. Tutto qui.
(Tratto da Georges Simenon, Memorie intime, Adelphi 2010)
Povero Simenon! Egli era riuscito a sconfiggere questo sentimento di incapacità di vivere «normalmente», scrivendo centinaia di romanzi e racconti, una vera e propria catarsi letteraria, cosa che non riuscì alla persona che forse egli amava di più.
Per comprendere meglio le spinte che conducono alla fuga e quanto sia importante l’immaginazione (come nel caso dello scrittore Simenon), per riuscire a “salvarsi”, è illuminante quanto scritto da Henri Laborit:
L'”immaginazione”, funzione specificamente umana che permette all’Uomo, e a nessuna altra specie animale, di “informare”, di trasformare il mondo che lo circonda; l’immaginazione, unico meccanismo di fuga, unico modo di evitare l’alienazione ambientale, soprattutto sociologica, e perciò utile al drogato, allo psicotico, ma anche a chi crea sul piano artistico o scientifico; l’immaginazione, il cui antagonismo funzionale con gli automatismi e le pulsioni, fenomeni inconsci, è probabilmente all’origine del fenomeno di coscienza.
(Henri Laborit, Elogio della fuga, Oscar Saggi Mondadori 1990)
Una delle migliori opere di Simenon incentrata sulla fuga è La Fuga Del Signor Monde. Il romanzo racconta la storia di un uomo che si sente intrappolato dal matrimonio, frustrato dalla sua esistenza borghese e dalla sensazione di essere invecchiato senza aver vissuto veramente.
Aveva quarantotto anni. Ben presto ne avrebbe avuti cinquanta. Si sentiva stanco. Distese i muscoli nell’acqua calda per liberarsi della stanchezza accumulata in tutti quegli anni.
(Georges Simenon, La fuga del signor Monde, Biblioteca Adelphi 2011 – traduzione di Federica Di Lella, Maria Laura Vanorio)
Fugge quindi a Marsiglia, dove cambia nome e lavoro, incontra una giovane donna e si costruisce una nuova esistenza. L’incontro con questa giovane donna trasforma Monde, lo aiuta a ritrovare se stesso e a dare un nuovo senso alla sua esistenza. Così quando torna nella sua casa di Parigi, un suo vecchio conoscente rimane colpito dal nuovo Monde: “era impressionato da quell’uomo che non aveva più né fantasmi né ombre, e che guardava la gente negli occhi con fredda serenità.”
Non sempre, però, la fuga è la redenzione o la panacea sperata. Il tema della fuga che si ripete all’infinito, dell’uomo che non riesce a trovare ciò che sta cercando è tipico dei romanzi del primo novecento. Un esempio famoso è quello di Robert, protagonista di Fuga nelle tenebre di Schnitzler Arthur, opera pubblicata nel 1931; lucido racconto della fuga da se stessi che scivola nella follia delirante: «… sapeva di avere già fatto migliaia di volte quella stessa strada e di essere destinato a fuggire migliaia di volte ancora, per l’eternità, nelle notti azzurre, risonanti.»(Arthur Schnitzler, Fuga nelle tenebre, Piccola Biblioteca Adelphi, 1991). Altro esempio famoso è quello del Mattia Pascal di Pirandello, il personaggio che forse meglio rispecchia questo desiderio di fuga da un’esistenza non sentita come sua e divenuta ormai insopportabile, ma soprattutto l’incapacità di riuscire a crearsi un’altra vita.
Egli sente di poter vivere altrimenti, in libertà, ma non sa in che forma. Ed ecco già intuita la tragica pena degli uomini, che non riescono a svincolarsi dall’esistenza che li modella e alla fine imprigiona, e, d’altro canto, se ci riescono, anche ricorrendo a una mistificazione illegale e improbabile, smarriscono subito quel senso di vitalità che per un attimo li aveva stimolati e riammessi nel circolo della fantasia, e ricadono nel costume di sempre … Fin da questo romanzo Luigi Pirandello poneva in termini precisi e crudi l’antinomia tra l’uomo e la realtà, e soprattutto la inadattabilità del primo a viverla senza farsi sopraffare.
(Salvatore Battaglia, Mitografia del personaggio, Rizzoli Editore 1968, p. 435)
Tutti i brani del romanzo sono tratti dall’edizione Adelphi, collana gli “Adelphi – Le inchieste di Maigret” – traduzione di Ida Sassi.
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