La notte dei sospetti – Ugo Barbàra
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Si apre la settimana, miei loschi avventori, e visto che l’estate tarda ad arrivare il vostro barman cerca di evocarla proponendovi oggi una bella granita al cedro palermitana.
Una villa della buona borghesia palermitana è immersa nel sonno. Uno scampanellare furioso infrange il ritmo di un temporale primaverile. L’avvocato Emanuele Consalvo, deputato regionale siciliano, si precipita ad aprire. Davanti alla porta trova due uomini e un distintivo: Direzione investigativa antimafia. Non ha il tempo di realizzare cosa stia succedendo che i due agenti gli dicono di prepararsi in fretta, lui e la sua famiglia devono essere portati al sicuro per permettere la bonifica della villa. Lo stupore di Consalvo lascia spiazzati gli uomini della DIA. Davvero non sa che un pentito ha rivelato un piano per spiarlo e ucciderlo? Davvero non è stato lui a parlarne al giornale che domani pubblicherà un articolo?
Non è un giallo vero e proprio, non è un thriller in senso stretto. Ma è un romanzo che parla di politica, e si sa: quando c’è la politica di mezzo gli intrighi abbondano e quindi qua al Thriller Café non è fuori luogo recensirlo. Da dove cominciare, però? Diciamo che mi è capitato per le mani questo “La notte dei sospetti” dello – almeno per me – piuttosto ignoto Ugo Barbàra rovistando in una catasta di libri in offerta in un ipermercato.
Il titolo non era granché originale, ho buttato un occhio a quanto riportava l’aletta e mi sono detto lo stesso “prendiamolo”, pure se non nutrivo chissà quali aspettative. Forse, semplicemente, era un modo più intelligente di spendere tre euro piuttosto che comprarmi una confezione di kinder cereali, no? Il romanzo è stato poi infilato in libreria in mezzo ad altri, spesso sorpassato nella coda di lettura da qualcosa che mi ispirava di più, finché alla fine mi sono deciso a cominciarlo.
All’inizio non mi ha entusiasmato eccessivamente, e con la mia solita pignoleria a ogni (frequente) ripetizione lessicale ho pensato che non avevo proprio trovato un capolavoro ignorato. Però col passare delle pagine mi sono ricreduto: certo, non sarà un pilastro della narrativa contemporanea, ma Barbàra ha fatto un buon lavoro. I dialoghi sono ottimi e la storia, a mano a mano che si procede, pur restando piuttosto lineare diventa coinvolgente, complice forse quella vicinanza che nasce spontanea per il protagonista. Emanuele Consalvo incarna quel tipo di politico – onesto e idealista – che non so se nella realtà esiste davvero. A vederlo lì a combattere contro l’ombra della mafia che lo vorrebbe morto, e allo stesso tempo quasi pesce fuor d’acqua nelle maglie del Partito, mi ci sono affezionato: l’ho seguito, lui e la schiera di personaggi buoni e cattivi che gli ruotano attorno… la moglie, l’assistente, il giornalista, i colleghi, i carabinieri.
Verso la fine, quando l’ingranaggio in cui è capitato gira sempre più velocemente, mi sono ritrovato a sperare che le cose non andassero come mi pareva di poter intuire.
Be’, l’epilogo non è stato quello che credevo. Non dico altro perché non si svelano i finali, però dico che in conclusione m’è rimasta un po’ d’amarezza, non perché il libro non mi sia piaciuto, anzi, ma perché avrei voluto che le cose fossero andate diversamente, che non l’avrei riposto con quella sensazione di leggero vuoto che invece mi ha lasciato. Purtroppo, però, il lieto fine non c’è stato, e forse è giusto così.
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