La dodicesima carta – Jeffery Deaver

La dodicesima carta – Jeffery Deaver

Serie: Lincoln Rhyme
Editore: Sonzogno
Giuseppe Pastore
Protocollato il 2 Aprile 2007 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1161 articoli
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La dodicesima carta” è Il libro di cui si chiacchiera oggi, sesto romanzo di Jeffery Deaver con protagonista Lincoln Rhyme.

La trama si apre in una biblioteca di Manhattan, dove una liceale di Harlem, Geneva Settle, scampa per miracolo all’attacco di uno spietato sicario. Geneva sta lavorando a una ricerca sul suo antenato, Charles Singleton, un ex schiavo e attivista per i diritti civili vissuto nel XIX secolo. Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, chiamati a proteggere la ragazza, intuiscono presto che il movente dell’aggressione non si trova nel presente, ma è sepolto in un segreto vecchio di centoquarant’anni. Mentre il killer, un professionista meticoloso che non lascia tracce, continua a stringere il cerchio attorno a Geneva, Rhyme deve analizzare prove fisiche contemporanee e documenti storici ingialliti per capire cosa accadde davvero una notte del luglio 1868.

Il più grande scrittore di thriller dei nostri giorni“, così il New York Times definì Deaver qualche tempo fa: bene, qua al Thriller Cafè ci domandiamo se l’etichetta valga ancora dopo aver letto questo libro e ci rispondiamo che Deaver sarà pure un grandissimo, ma con questo romanzo non è che lo dimostri molto. “La dodicesima carta” è infatti una prova opaca, sottotono, solo parente alla lontana delle precedenti. Ci sono sì Rhyme e le sue indagini “da remoto” con la partecipazione di Amelia Sachs, ma da sole non reggono del tutto la scena: sono meno entusiasmanti del solito, vanno lente, come se corressero per raggiungere un autobus imbottigliato nel traffico.

Quello che manca è il ritmo incalzante a cui Deaver ci ha abituato, quel susseguirsi incessante di colpi di scena che spiazza il lettore ogni volta che crede d’aver intravisto la soluzione all’enigma. In questo libro, i colpi di scena che compaiono verso la fine sembrano in verità forzati, quasi inseriti per allungare una storia che fino a quel momento ha detto poco e condurci verso un finale ancor meno soddisfacente. Mi rendo conto d’essere forse troppo critico con un romanzo comunque leggibile, ma Deaver ci ha abituato a opere ben migliori e del resto nessuno è infallibile: stavolta è stato meno bravo che in altre occasioni. Quando parleremo de “Il collezionista di ossa” o “Lo scheletro che balla“, anche quei pochi che non dovessero conoscerlo se ne renderanno conto…

E con questa certezza il vostro barman vi lascia, con la raccomandazione di tornare in settimana a trovarlo se volete assaggiare il drink che per noi shakererà l’ottimo Dennis Lehane.

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