La colpa – David Baldacci
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Ci sono momenti nei quali il passato decide di fare irruzione nelle nostre vite e portare scompiglio. Questo è lo spunto inziale de “La colpa”, ultima uscita in Italia per David Baldacci, con la traduzione di Tessa Bernardi. Il romanzo del noto scrittore italo-americano, quarto della serie di Will Robie tradotto in Italia, ci racconta infatti del ritorno al paese natale, nel Mississippi, del protagonista, ritorno dovuto all’arresto per omicidio del padre.
È un Will Robie in crisi quello che torna a casa, non solo perché il padre è stato arrestato improvvisamente e senza apparenti spiegazioni, ma anche perché nel suo lavoro per la CIA, l’agente ha subito un duro colpo. Nell’eliminare un “bersaglio” sgradito agli USA, Robie ha causato un “danno collaterale”, l’uccisione non solo del bersaglio, ma anche della sua figlia di quattro anni. Il contraccolpo psicologico è stato devastante e, nella missione successiva, le cose non sono andate come dovevano. A Will Robie è toccato quindi un periodo di riposo forzato, cascato a fagiolo, vista la necessità di raggiungere il padre arrestato. Dopo ventidue anni lontano da casa, Robie ha però molte cose da scoprire che riguardano il padre, la sua nuova moglie e il suo piccolo fratellino e, in un paese dove non succedeva mai nulla, l’arrivo dei casinò a Biloxi ha portato malaffare e delinquenza. E per giunta, Jessica Reel, compagna di missioni nella CIA è scomparsa dalla circolazione.
Baldacci ci racconta una storia un po’ meno action di quelle cui siamo abituati, ci mostra un Will Robie più indagatore e meno combattente, anche se l’azione non manca di certo. Come se l’agente da missione speciale avesse bisogno di una riflessione sulla propria vita in un momento cruciale. E proprio per questo l’intreccio si fa più intricato, più elaborato, con più mistero, per sconfinare talvolta in un’atmosfera quasi da legal thriller, con tanto di processo del padre per omicidio in sottofondo. Non manca il consueto stile ironico e nemmeno la denuncia sociale di fondo che riguarda una sorta di deriva dei nostri tempi, ma meno orizzonti globali e più intimismo, in una storia scatenata dall’irrompere dell’infanzia nella vita di Robie. Con un piccolo spazio anche per i vecchi amori di gioventù del Robie uomo, prima che diventasse Robie agente.
Baldacci scava nel torbido della provincia americana, facendo venire a galla disagio esistenziale, miseria, razzismo e crimini efferati. C’è un confronto automatico che scatta in chi legge questa storia tra le uccisioni su commissione per la CIA e le morti quasi casuali che affliggono le periferie dimenticate degli States. Come se fossero due facce della stessa medaglia. Su tutto un grande velo di tristezza. Esistenze senza prospettiva, affogate nell’alcol, nel sesso a pagamento, con i ritmi rallentati del Sud degli Stati Uniti. Una società divisa tra i pochissimi che hanno tutto e i moltissimo che non hanno nulla, nemmeno quasi la speranza di sopravvivere. Una palude nella quale i tentacoli delle mafie impediscono alle persone di vivere una vita regolare e tranquilla.
E affiora su tutto il tema dell’infanzia e più in generale della famiglia. I bambini nei quali incappa Robie all’inizio del romanzo e che lo mandano in crisi. Vorrebbero una vita normale in un mondo normale, ma non ci riescono perché il mondo degli adulti è irreversibilmente corrotto. E dove non arriva la corruzione, ci pensa il peso delle tradizioni, che impedisce alle giovani generazioni di vivere la vita in modo libero. In questo panorama desolante, c’è solo un modo per uscire dalla palude: spezzare con forza le catene che ci impediscono di essere liberi. Avere il coraggio di farlo, andando a ripescare la parte migliore che c’è in ogni essere umano. Che a prima vista sembra meno complicato di quanto non sia sparare a un bersaglio, ma nella pratica si rivelerà per Robie molto più difficile e doloroso.
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