Jack is back – Stefano Tura
Oggi, al Thriller Cafè, recensiamo l’ultimo romanzo di Stefano Tura, “Jack is Back”, edito da Piemme. I più attenti di voi sapranno che l’autore è un giornalista della RAI, corrispondente da Londra, che ha la passione del thriller e ha già pubblicato diverse opere, che potremmo definire “poliziesche”, negli ultimi anni.
Questa volta, Tura si cimenta con un classico del genere, perché il Jack del titolo è niente meno che Jack lo squartatore, il celeberrimo e leggendario serial killer di fine ottocento che ha insanguinato proprio le strade di Londra. Pare proprio che, come suggerisce il titolo, Jack sia tornato tra gli abitanti di questa città nel ventunesimo secolo e terrorizzi nuovamente la capitale inglese con i suoi crimini efferati. Derrick Brainblee è il Chief Inspector di Scotland Yard che dovrà dargli la caccia. Avrà dalla sua parte tutte le ricostruzioni storiche dell’epoca, perché sembra che il copycat killer (come si chiamano in gergo gli imitatori di delitti) si ispiri all’originale quasi con rigore filologico. Ma, come in tutti i gialli che si rispettino, nulla è come appare e fino alla fine il mistero accompagnerà la lettura.
Tura confeziona un romanzo molto avvincente. Ricco di ricostruzioni storiche, sia dal punto di vista ambientale, sia dal punto di vista del costume dell’epoca e dimostra una capacità scenografica non comune. Ai lettori capiterà molte volte di sentirsi realmente immersi tra le vie di Londra e in particolare dell’East-end londinese, teatro dei crimini di Jack the ripper. E per chi, come chi scrive, ama questa città, saranno momenti di grande nostalgia e ispirazione. Confesso che più volte mi sono sentito immerso nella calda e accogliente atmosfera dei pub frequentati dai protagonisti di questa vicenda. Se uno dei risultati che l’autore voleva raggiungere era spingere all’adorazione per la capitale britannica, possiamo dire che ci è sicuramente riuscito.
Ma in “Jack is back” c’è di più. Dando per scontato che la narrazione scorre molto piacevolmente, anche perché chi scrive ha familiarità con la narrazione anche per professione, traspaiono in sottofondo alcuni temi molto interessanti. Il più presente dei quali è senza dubbio il rapporto, spesso difficile e non pacificato, tra passato e presente. Tema in realtà molto trattato, ma che Tura sa declinare in modo molto originale, con continui “rimbalzi” e sa risolvere con alcuni colpi di scena veramente ben riusciti.
C’è poi anche l’attualità a colorire il romanzo. La descrizione della società londinese di oggi non risparmia una critica forte a quelle che potremmo chiamare “nuove marginalità”. Le dimensioni sotterranee di una metropoli che contiene schiere enormi di umanità dolente, persone trattate come carne da macello, sovente frutto di traffico di esseri umani, governato da bande criminali senza scrupoli. Tura ci fa capire anche, o ci fa intuire quanto meno, che dal suo punto di vista la Brexit ha ulteriormente dato impulso a questa specie di deriva sociale.
Infine, last but not least (per usare un’espressione tipicamente inglese), il tema dell’uso sociale del terrore. Tema che ci porterebbe molto lontano e che ovviamente l’autore non riesce a sviluppare compiutamente, anche perché ricco di risvolti che dipendono dall’angolazione dalla quale lo si osserva. Che si tratti di manipolazione dell’informazione, quando alcuni fatti vengono enfatizzati o addirittura deformati per alimentare la tensione sociale oppure addirittura di creazione ad arte di episodi violenti, generati con lo scopo di incutere un terrore diffuso nella popolazione. Purtroppo la nostra storia recente è ricca di questi episodi e alcuni hanno anche visto Londra come teatro di azione. Chissà che Stefano Tura non pensasse anche un po’ a questi quando ha scritto il suo piacevolissimo romanzo.
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