L’assassino che è in me – Jim Thompson
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Con “L’assassino che è in me“, nel lontano 1952 Jim Thompson diede vita a uno dei personaggi più inquietanti della letteratura crime e scioccò un’intera generazione. Oggi al Thriller Café recuperiamo questo romanzo caposaldo del noir e rendiamo omaggio al suo geniale autore; di lui Stephen King disse “Corse nel subconscio americano con una fiamma ossidrica in una mano e una pistola nell’altra, urlando a squarciagola“. Se avete letto il libro credo concorderete.
Ma cominciamo dalla storia…
Lou Ford a prima vista è il vicesceriffo perfetto. Rassicurante, pacato, con la battuta sempre pronta o il proverbio giusto sulla punta della lingua. Un po’ noioso, forse, ma in definitiva un brav’uomo, di quelli a cui affideresti volentieri le chiavi di casa. Questa è la facciata.
Scavando un po’ sotto questa maschera costruita ad arte, troviamo invece un vero e proprio mostro. Lou Ford nasconde quella che lui chiama “la malattia“, un istinto psicopatico e omicida che tiene a bada a fatica. La corsa alla follia vera e propria si innesca quando Lou decide di vendicare la morte del fratello, orchestrando un piano per colpire un potente locale. Da quel momento, “la malattia” prende il sopravvento, e il vice-sceriffo inizia a disseminare cadaveri, usando la sua intelligenza fredda e calcolatrice per manipolare chiunque gli stia intorno e sviare le indagini.
Usando una narrazione in prima persona che è un capolavoro assoluto, Thompson ci costringe ad ascoltare la voce di Lou, a seguire i suoi ragionamenti deviati, in un’esperienza quasi claustrofobica. Lou è un maniaco da manuale: un narratore seducente e per lunghi tratti quasi ci convince a tifare per lui, a giustificarlo, per poi destabilizzarci quando la sua vera natura esplode in scoppi di violenza improvvisi e agghiaccianti, soprattutto nei confronti delle donne.
Facendo l’esercizio di tornare a oltre settant’anni fa, quando la produzione di libri, film e serie tv sui serial killer ancora non aveva sdoganato il fenomeno, non si fatica a immaginare lo scompiglio che questo libro causò. Thompson spalancò le porte al lato oscuro del Sogno Americano decenni prima che l’opinione pubblica conoscesse le facce di Charles Manson, Ted Bundy o le pagine di “American Psycho“, inventando, di fatto, il narratore psicopatico moderno.
Per chi ancora non avesse letto questo libro, suppongo la raccomandazione sia d’obbligo: affrontatelo con la consapevolezza che farete un viaggio agghiacciante nella mente di chi uccide. Sarà una lettura breve, ma profondamente disturbante. Lou Ford entrerà nella vostra testa, e farà fatica a uscirne.
Vi lascio con le prime righe; buona lettura.
Avevo finito la torta e stavo prendendo una seconda tazza di caffè quando lo vidi. Il treno merci di mezzanotte era arrivato da pochi minuti e lui stava sbirciando da dentro il ristorante da un lato della vetrina, quello più vicino alla stazione, riparandosi gli occhi con la mano e battendo le palpebre per la luce. Vide che lo guardavo e il suo volto tornò a svanire nell’oscurità. Ma sapevo che era ancora lì. Sapevo che stava aspettando. I barboni mi prendono sempre per un bersaglio facile.
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