L.A. Confidential – James Ellroy

L.A. Confidential – James Ellroy

Editore: Mondadori
Giuseppe Pastore
Protocollato il 7 Maggio 2008 da Giuseppe Pastore con
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The Demon Dog of American crime fiction, così è stato definito James Ellroy, colui che si è autoproclamato “maestro della fiction” e ha dichiarato in una intervista al NY Times: “Sono il più grande scrittore di crime fiction che sia mai vissuto. Io sto al romanzo criminale come Tolstoj sta a quello russo e Beethoven sta alla musica.

Un po’ megalomane? Probabilmente sì, ma è indubbio che Ellroy sia uno dei maggiori scrittori di genere in circolazione, autore dallo stile personalissimo, fotografo impietoso dell’America più marcia e corrotta. Oggi recensiamo il suo “L.A. Confidential“, terzo titolo del cosidetto “L.A. Quartet“.

Prima di cominciare, una nota importante: molti di avranno in mente lo splendido film del 1997 con Russell Crowe, Guy Pearce e Kevin Spacey. Ecco, resettate la memoria. Per quanto la pellicola sia un capolavoro di adattamento, rappresenta solo la punta dell’iceberg. Il romanzo di Ellroy è una bestia molto più grande, feroce, complessa e infinitamente più nera.

Siamo a Los Angeles, 1951. La storia si apre con il “Sanguinoso Natale” (Bloody Christmas), un pestaggio brutale ai danni di sei prigionieri da parte di poliziotti ubriachi. È da questo scandalo che si intrecciano inesorabilmente le vite di tre detective del LAPD, tre uomini che definire “antieroi” sarebbe un eufemismo: il poliziotto corrotto, quello spietato e quello senza morale. Abbiamo Ed Exley, un figlio d’arte ambizioso, codardo fisicamente ma politicamente spietato, pronto a tradire i colleghi pur di fare carriera; Bud White, un picchiatore brutale perseguitato dall’omicidio della madre, che usa il distintivo per massacrare chi maltratta le donne; e infine Jack “Trashcan” Vincennes, il poliziotto narcisista che fa da consulente per le serie TV e vende soffiate sugli arresti delle star ai giornali scandalistici.

A costringerli a incrociare i guantoni e le indagini è il “Massacro del Nite Owl“, una strage in una tavola calda che si rivela essere solo la superficie di un abisso fatto di corruzione politica, prostituzione d’alto bordo modellata sulle star di Hollywood, droga e pornografia illegale.

Con questo libro, forse più di altri, Ellroy inventa uno stile che farà scuola. La leggenda narra che, per rientrare nei limiti di lunghezza imposti dall’editore, l’autore abbia riletto il manoscritto cancellando ogni singola parola superflua. Il risultato è una prosa telegrafica, sincopata, una mitragliatrice di frasi brevi e brutali che viaggiano a ritmo di jazz.

Il risultato è un noir epico che copre quasi un decennio. I personaggi, i complotti e le sottotrame si moltiplicano a dismisura, tanto che in certi passaggi mi è sembrato di aver bisogno di una lavagna con i fili rossi per tenere traccia di chi ha tradito chi. Eppure, se avrete la pazienza di farvi trascinare in questa discesa agli inferi, sarete ricompensati con quello che è senza dubbio uno dei più grandi romanzi polizieschi mai scritti. Una storia di uomini disprezzabili che, in fondo al fango, cercano una sanguinosa e disperata redenzione.

Vi lascio con le prime righe del libro, poi continuate per conto vostro.

Un motel abbandonato ai piedi delle colline di San Berdoo. Quando Buzz Meeks arrivò, aveva con sé novantaquattromila dollari, nove chili d’eroina pura, un fucile a pompa calibro 12, una 38 special, una 45 automatica e un coltello a serramanico che aveva comprato da un pachuco alla frontiera, un momento prima di accorgersi dell’auto parcheggiata proprio sulla linea di confine: gli scagnozzi di Mickey Cohen in una macchina senza insegne della polizia di Los Angeles, e lì accanto in piedi un paio di poliziotti di Tijuana, pronti ad alleggerirgli le tasche e a scaraventarlo nel fiume San Ysidro.