Il segreto dell’antiquario – Roberto Carboni
La figura archetipica del serial killer continua ad affascinare criminologi, lettori e spettatori tanto da costituire una sorta di personaggio di sicuro appeal ogni qual volta lo si ponga al centro di una narrazione, sia essa di fantasia (come un racconto o un romanzo) sia una ipotesi ricostruttiva di fatti di cronaca. Il serial killer spaventa ed al contempo attrae, perché delinque, non solo, perché tornerà a farlo e soprattutto perché si pone come antagonista privilegiato di qualsiasi investigatore, chiamato non solo ad identificarlo ma, soprattutto, a fermarlo.
Roberto Carboni conosce molto bene questa premessa (è docente di scrittura creativa a tempo pieno, come si legge nella quarta di copertina di questo suo terzo romanzo) ma, col suo Il Segreto dell’Antiquario, spariglia un po’ le carte e, invertendo la posizione classica delle pedine (per cui si deve assumere il punto di vista di un commissario o di un ispettore, lanciato alla caccia del serial killer), lascia totalmente in ombra il protagonista classico di un giallo e si dedica quasi esclusivamente all’antagonista: lui, l’omicida seriale.
In questa vicenda, l’uomo è immediatamente noto anche al lettore (in questo Carboni privilegia i suoi followers perché li pone non tanto in posizione di parità delle armi con gli inquirenti, ma addirittura avanzata rispetto a loro) che sin dalle prime pagine risulta pacificamente colpevole e platealmente identificabile con generalità complete, professione (antiquario, per l’appunto), geolocalizzazione (si sa dove sia il suo negozio, si sa dove abiti) e persino caratteristiche secondarie (guida una moto e non un’auto; esce pochissimo; ama la cucina raffinata e la musica classica, e così via).
Tutta la scrittura di Carboni è dedicata al killer, a Elia, ai suoi tic, alle sue paturnie, alla ricostruzione psicologica minuziosa che non indulge in scusanti o in spiegazioni del suo uccidere compulsivo: si limita a darne gli antecedenti storici, lasciando a chi legge il pieno diritto di stabilire se siano, o meno, sufficienti a inquadrare il soggetto e le sue motivazioni agli omicidi. Sì perché questo serial killer non si limita ad uccidere più volte: ogni volta uccide una coppia, quasi a voler amplificare ulteriormente il piacere che ne ricava.
Elia non è uno squartatore o un macellaio, anzi. È un vero e proprio predatore: si insinua nella vita delle sue vittime che giunge ad amare profondamente, a voler far parte delle loro esistenze quanto meno negli attimi precedenti alla loro uccisione: entra nelle loro case, si aggira nelle loro stanze, mangia dai loro frigoriferi e arriva persino a sdraiarsi di fianco a loro, nei loro letti.
Il romanzo si legge d’un fiato perché la scrittura di Roberto è pittorica: ci fa annusare luoghi e bevande, ci fa soffrire di amnesia con Elia e di frustrazione con Susanna, la bizzarra sedicente medium che ha fatto dello smascherarlo la ragione del proprio riscatto con l’opinione pubblica.
Ed è soprattutto un monito, per chiunque di noi si apra con fiducia al prossimo. Persino le persone più interessanti, colte, raffinate e apparentemente autosufficienti possono celare vizi e manie, brame di possesso e distruzione. Estòte paràti.
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