Nel paese assolato e sperduto di T. giunge un uomo che si muove come un felino: è poeta e giardiniere ed è un “figlio del prefetto”, uno dei quaranta maghrebini collocati lì in discesa da un barcone, nonostante sit in e cortei contrari. E’ un essere stupendo ed ineffabile, dal cuore immenso (solo lui va a trovare il vecchio pastore abbandonato) e dalla passione per la natura. Ad Ernesto, medico ortopedico tornato al paese dopo anni a Milano, dirà di occuparsi volentieri dei suoi fiori perché “già sente crescere in sé il suo giardino“.
Ma Youssef muore. Lo trovano sulla strada – morta anche lei – che sale verso la miniera di sale abbandonata, che a detta di qualcuno è maledetta, dispensatrice di veleno, stiva recondita di chissà quanti rifiuti pericolosi lì nascosti dalla mafia. Ci sono interrogazioni parlamentari a tal proposito, ci sono comitati e la denuncia vibrante della sede locale del Tribunale dei diritti del malato.
Ernesto è spaesato. Torna a casa ma dei suoi non c’è più nessuno: i genitori morti in un incidente d’auto, lo zio che l’ha allevato, gli avi rigorosi e probissimi. Il dott. Vassallo stenta a ritrovarsi persino tra le mura avite, a proprio agio solo tra cespugli e piante. E’ però stimato, è un medico che torna dal nord, è l’uomo giusto al momento giusto per cui si ritrova candidato sindaco. Ancora più straniato e assente che mai.
Ma il dott. Vassallo porta nel cuore quell’uomo stupendo e morto, lo rivede, risente le sue parole e non si dà pace, perché forse avrebbe potuto salvarlo, forse avrebbe dovuto capirne la paura e la solitudine.C’è un nesso con altre morti, con altri veleni che anche fuori dalla miniera serpeggiano e insozzano il paese e i suoi intrallazzi?
Certo, perchè a T., come ovunque nel mondo, le persone probe sono mischiate a quelle che si vendono e in mezzo ci sono coloro che non disdegnano i favoritismi.
Con stile aspro, assolato ed essenziale, il collega Salvatore Falzone affronta i temi attualissimi della gestione dei beni confiscati alle mafie, dello smaltimento delle scorie e dell’interpretazione delle dichiarazioni dei pentiti, del ricollocamento dei profughi e dei salvati dal mare, delle giostre delle nomine e dei rancori dei beneficiati e ci regala un personaggio singolare, un uomo solo ed incapace di amare, un “cuore in inverno” schiacciato dalla propria insicurezza – anzi- dalla certezza della propria pochezza, dell’inconsistenza stinta e inguaribile, del doloroso e costante scombussolamento. Un anti-eroe costretto suo malgrado a confrontarsi coi titani del male, coi potenti che non smettono mai di esserlo, coi falsi amici e con gli uomini veri, condannati a soccombere.
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