L’inverno della levatrice – Ariel Lawhon
Ci sono narrazioni dalle quali non riusciamo a staccarci, sin dalla prima pagina, e che ci avvincono così nel profondo che poi ne parliamo, ne facciamo dono, contravveniamo alla promessa fatta a noi stessi di non prestare più libri. De “L’inverno della levatrice” di Ariel Lawhon si è detto sia il caso editoriale dell’anno negli Stati Uniti, e l’annuncio in fascetta non fa stupire. L’autrice ha preso dichiaratamente l’avvio da un altro libro – “La storia di una levatrice” di Laurel Thatcher Ulrich- che già a sua volta aveva ripreso il diario (autentico) di Martha Ballard e vi aveva ricamato sopra un premio Pulitzer. Questa nuova rielaborazione delle vicende raccolte in quegli appunti prende le mosse da episodi realmente lì riferiti e ne fa un’epopea, un inno alla resistenza – fisica, psicologica e morale – delle donne come questa coraggiosa levatrice che, un po’ per mestiere e un po’ per amor di prima linea, non si limitava a far nascere bambini con metodi tradizionali (ad onta dei bravi giovini laureati in medicina a Harvard), ma era costretta a dichiarare in tribunale chi ne fosse il padre, scatenando spesso pettegolezzi e cause legali.
La storia inizia col ritrovamento di un cadavere nel ghiaccio che ricopre il Kennebec, fiume locale che attraversa la cittadina di Hallowell. Si tratta di Joshua Burgess, capitano della milizia, tornato lì a fine combattimenti e contraddistintosi subito come uno smargiasso ubriacone che infastidisce le donne. La sera prima, durante una festa di paese, è stato visto insistere pesantemente con Hannah Ballard e per questo è stato preso a botte e sbattuto fuori dai giovani del posto, compresi i fratelli della ragazza. Ma Joshua non pare annegato e neppure morto di freddo. Martha, chiamata ad un primo esame del corpo in virtù delle sue conoscenze di anatomia, ne dichiara l’avvenuta impiccagione, precedente allo scivolamento nelle acque gelate del fiume. ma il dottor Page, azzimato e presuntuoso neo-laureato, redige un parere diverso. Perchè? E soprattutto chi può aver voluto la morte di Burgess? a dire il vero in molti non lo sopportavano ma chi davvero poteva arrivare a odiarlo a tal punto è l’insospettabile reverendo Isaac Foster, la cui giovane e deliziosa moglie- Rebecca- è stata stuprata proprio dal morto. E’ stato davvero lui? Il paradosso sta nel fatto che a giudicarlo dovrebbe essere il colonnello Joseph North, giudice locale, che Rebecca addita come non solo presente alla violenza, ma concorrente e istigatore.
Tra gravidanze a termine e sciroppi contro il mal di testa, tra figli giovanetti di cui placare i primi bollenti spiriti, Martha si ritrova al centro di una vicenda, umana e giudiziaria, degna di un favoloso legal thriller di tre secoli fa. La descrizione delle udienze, delle regole processuali e dei retroscena procedimentali è resa in maniera fedele, con apprezzabile lavoro sulle fonti da parte della Lawhon che, nonostante tenga ben dritto il timone della trama, non può esimersi dal regalare un affresco vivido della vita del tempo, che non faceva sconti al freddo, alle ristrettezze economiche ed alla fragilità delle persone normali davanti ai potenti e ai prepotenti, allora come oggi.
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