Recentemente mi sono recato in una libreria fiorentina alla presentazione di un libro di Donato Carrisi. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse del piacevolissimo incontro è stata quando lui ha spiegato al pubblico presente che cos’è il male nella sua forma più “banale”, e quanto sia possibile costruirci attorno un intreccio. Con alcuni aneddoti lo scrittore ha evidenziato come non sia affatto necessario, per non dire vitale, raccontare di omicidi e di sangue per creare suspense. È sufficiente una serie di eventi a prima vista insignificanti, oppure una singola azione come tante della nostra quotidianità, come ad esempio il fugace e, appunto banale, incrociarsi di sguardi tra due passeggeri di un treno, e da qui può nascere una narrazione misteriosa che tiene con il fiato sospeso.
L’eccellente romanzo di cui vi parlo oggi, a mio modo di vedere, è proprio su questa lunghezza d’onda. Si tratta de Il mio dovere, di Patrizia Emilitri, pubblicato da TEA, storia che si dipana nell’arco di circa mezzo secolo a partire dagli anni 60, in cui da leccarsi le ferite postbelliche si è passati in un batter d’occhio alla dirompente rinascita economica, fino ai primi anni del nuovo millennio.
I coprotagonisti su cui ruota l’intera vicenda, che ne conducono ex aequo le sorti, sono Mariano e Lisa, provenienti da due modeste famiglie della provincia comasca le quali, con umiltà e sacrificio, tirano a campare cercando di donare un futuro migliore ai propri figli. Poco più che ventenni i due si conoscono, si innamorano all’istante l’uno dell’altro, si sposano, mettono al mondo due bambini, vivono in una stupenda dimora in riva al lago. Mariano e Lisa si sentono al centro di una favola che fino a pochi anni prima sembrava impensabile per l’estrema povertà ereditata dal conflitto bellico, e in breve tempo faranno parte di quella borghesia benestante che, cavalcando l’onda del boom finanziario e delle infinite opportunità concesse dalla graduale apertura del commercio globale, raggiungerà un notevole livello di benessere sociale ed economico.
Mariano si farà strada iniziando come semplice ragioniere, ma con scaltrezza e ambizione scalerà le vette delle società più altolocate, girerà il mondo per affari e diventerà uno dei dirigenti più in vista d’Italia. Lisa rinuncerà a lavorare per salire al trono di regina del focolare domestico; si occuperà della casa e crescerà i figli, e non farà mancare niente né a loro né a se stessa, dal momento che i guadagni del marito sono ampiamente sufficienti per vivere nel lusso e nella più totale sazietà quotidiana.
Tutto ciò ha un prezzò, però. Tra ricchezza e appagamento la vita scorre inesorabile, e quello che in principio sembra a entrambi il sacrosanto compimento di un’esistenza dedicata al benessere del nucleo familiare, in realtà è un viaggio in cui le due traiettorie si allontanano progressivamente. Due gabbie invisibili che giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, stringeranno impercettibilmente sempre di più le proprie sbarre attorno alla vita in apparenza perfetta e invidiata dei rispettivi occupanti.
La narrazione si alterna attraverso i punti di vista dei protagonisti: lo stesso arco di tempo, le stesse felicità e le stesse delusioni dapprima vissute con gli occhi di Mariano, poi con quelli di Lisa, in una sorta di ping pong che si legge tutto di un fiato. Si riveleranno due prospettive via via meno convergenti ma interpretate simultaneamente dalla coppia come identiche grazie a un senso del dovere che non ammette rinunce, a una perseveranza più efficace della violenza.
Il romanzo è assai meno scontato di quanto si possa credere, gli spunti di riflessione non mancano, e l’epilogo è altrettanto sconvolgente nella sua allarmante ordinarietà. Perché banalità fin troppo spesso è sinonimo di atrocità.
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