Il giorno più buio – Brian Freeman
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Da poco edito da Piemme, recensiamo oggi “Il giorno più buio“, nuovo romanzo di Brian Freeman (con traduzione di Alfredo Colitto).
Un dispositivo elettronico innesca un detonatore nascosto in uno zainetto. La bomba esplode, è una questione di fisica. E “non si può fermare la fisica. Si può solo fermare l’odio”.
C’è agitazione nella polizia di Duluth. La maratona che ogni anno richiama tantissime persone nella piccola cittadina sta per concludersi, ma il tenente Stride e i suoi colleghi devono stare in guardia, memori dell’attentato di Boston. Un’esplosione improvvisa spezza la routine di un giorno di festa e precipita tutti nel panico. Subito si pensa alla matrice islamica e la tensione verso gli immigrati, che nei giorni precedenti era già salita a causa di Dawn Basch, un’attivista per la libertà d’espressione, raggiunge livelli pericolosi.
Gayle è un’agente dell’FBI che ha perso il fratello in un atto terroristico e da allora cova rabbia nei confronti degli immigrati. Essendo di Duluth le viene affidato il caso, con l’avvertimento di non lasciare che le emozioni prevalgano sui fatti. Come da copione, la collaborazione tra l’agenzia federale e la polizia locale è difficile: la squadra di Stride non vuole trasformare l’attentato in un caso politico a danno della comunità di Duluth, l’FBI è intenzionata a tenere nelle sue mani le redini delle indagini.
Freeman si approccia al tema delicato del terrorismo con quello che definirei buonsenso, se non fosse così difficile in realtà trovare un atteggiamento simile: la libertà di parola è un valore fondamentale sul quale non si può trattare, ma in concreto è complicato applicare questo principio quando ci si trova davanti a provocatori il cui unico obiettivo è irritare le sensibilità altrui. Allo stesso tempo è evidente che, se la stragrande maggioranza dei musulmani è pacifica, al giorno d’oggi viene dall’islam radicale uno dei più gravi pericoli per le società occidentali. Come muoversi in questo groviglio di ragioni opposte, di sfumature, di ambiguità?
Non importa quello che l’FBI o il presidente dicono o non dicono. Esplode una bomba e i colpevoli sono i musulmani, fino a prova contraria. Siamo tutti colpevoli, ciascuno di noi. Ci accusate di non condividere i valori americani, ma al primo segno di guai siete i primi a gettare a mare quei valori.
Dal punto di vista di un lettore liberal, è interessante trovare esposto un punto di vista opposto al proprio in maniera credibile. La critica ad alcune declinazioni odierne dell’Islam che non possono non apparire obsolete nel loro rifiuto delle libertà individuali trova il contraltare nell’evidente pericolosità degli islamofobi che non si preoccupano di gettare benzina sul fuoco.
Nella storia del libro tutto, anche le conseguenze più gravi come il linciaggio di un innocente, avviene per errore e non per dolo. Mi chiedo se l’autore ecceda un po’ in ottimismo non prevedendo la malafede in nessun personaggio.
La vicenda si dipana incrociando le vite di una famiglia di musulmani coinvolta suo malgrado a causa del clima creatosi contro l’islam e quelle di alcuni parenti delle vittime dell’attentato, accecate da un dolore immenso, colme di rabbia da sfogare presto, su qualcuno. Stride si trova nel mezzo: in quanto poliziotto non può ignorare gli indizi (e i precedenti) che spingono verso la pista religiosa; in quanto uomo non può tollerare che nel nome della libertà di parola si semini odio.
Il lettore sa più di quanto sanno i protagonisti e ciò genera la suspense nell’attesa di capire come si comporteranno i personaggi e cosa capiterà loro a causa di errori, fraintendimenti, depistaggi.
Freeman non risparmia morti cruente creando una escalation apparentemente inarrestabile. In qualche modo però, suggerisce lo scrittore, uno degli slogan di Basch è vero: ognuno di noi ha di fronte una scelta. Ma non è pro o contro l’islam come vorrebbe l’attivista, bensì tra la violenza e il rifiuto di quest’ultima. Riportando la questione al livello individuale, Il giorno più buio dice che c’è solo un modo per spezzare la catena d’odio, e dipende proprio dalle nostre decisioni.
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