Amok – Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi
Gli esploratori che in epoca coloniale viaggiarono nel Sud Est asiatico raccontarono nelle loro cronache i gesti di follia di giovani malesi che all’improvviso, senza apparente motivo, iniziavano a correre e a gridare «Amok! Amok! Amok!» uccidendo o ferendo chiunque si trovasse sul loro cammino: da qui parte il percorso storico che porta fino ai giorni nostri ai rampage killers, coloro che pianificano e realizzano stragi il cui unico comune denominatore è un odio feroce verso qualcosa o qualcuno, che sia il sistema, il luogo di lavoro o i compagni di scuola.
Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi avevano già collaborato in passato, e chi ha apprezzato “Serial Killers” ritroverà la stessa struttura del precedente testo: un saggio di lettura piuttosto facile e intrigante, che riesce a mixare la narrazione romanzata dei fatti di cronaca con l’analisi scientifica sulla natura dei crimini commessi e sui profili dei killers.
La nota di pregio maggiore di questo libro è sicuramente nella scrittura.
Chi ama Carlo Lucarelli non solo come scrittore ma anche come personaggio televisivo, non mancherà di sentire in Amok la sua voce narrante , le sue pause, il suo ritmo narrativo: Carlo Lucarelli ha talento e mestiere, e questo gli ha permesso di consolidare – meritatamente – un affezionato pubblico che non sarà deluso da queste pagine.
Lucarelli ricrea il racconto delle stragi umanizzando vittime e carnefici, ha capacità di attirare l’attenzione del lettore su dettagli che rendono più viva la narrazione, i fatti più realistici: non è mai un racconto asettico quello di Lucarelli, e proprio questa empatia è un grosso punto di forza del testo.
Raccontare i killers anche attraverso i dettagli delle loro vite oppresse da visioni distorte della realtà, le loro manie e le loro fobie, non ce li rende più vicini, tutt’altro, ma nella loro umanità ci fa comprendere che questi “killer della porta accanto” nascono e crescono nelle nostre società, potrebbero essere il nostro vicino di casa, il collega o il postino del quartiere: e noi potenziali vittime del tutto incolpevoli, come tutti coloro che semplicemente si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, e non importa che siano uomini o donne, o bambini. L’odio patologico trova giustificazioni teoriche per feroci atti senza senso.
Il libro è organizzato in capitoli dedicati a casistiche simili – le sparatorie a scuola, sui luoghi di lavoro, l’odio razziale o di genere -, alternati a brevi analisi sociologiche sul contesto dal quale sono generati.
Su questa parte meno narrativa due aspetti non sono del tutto convincenti, pur senza inficiare il valore del libro.
La parte scientifica è piuttosto scarna, e forse qualche riga in più dedicata al profilo dei rampage killers poteva essere interessante: siamo in un’epoca in cui i media ci hanno abituato a trattare spesso episodi di questo tipo, e forse un libro dedicato poteva essere un’occasione per andare oltre rispetto alla narrazione veloce e poco approfondita di notizie che i televisioni, giornali e talk show bruciano in poche ore. Ma del resto questo taglio potrebbe essere una scelta precisa per intercettare proprio un tipo di pubblico assuefatto a questi ritmi, ed in ogni caso siamo di fronte ad analisi corrette e mai sensazionalistiche.
Le analisi sociologiche lasciano qualche perplessità in più: gli autori prendono a pretesto le stragi dell’odio per introdurre temi sicuramente importanti e di attualità – il bullismo, l’immigrazione, la religione – ma talvolta si ha l’impressione che i collegamenti siano un po’ forzati. Non si tratta di una valutazione di merito: si può essere d’accordo o meno con le tesi che gli autori sostengono – ed in alcuni casi è davvero difficile non esserlo – , ma anche se ben esposte sono sempre un filo fuori contesto rispetto al tema del libro.
Nel complesso Amok è un libro molto ben scritto, che merita di essere letto sia per quanti ci racconta che – e ancor di più – per le domande che solleva.
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