I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano – Valter Binaghi
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Dopo un bel po’ di tempo, al Thriller Café torniamo finalmente a pubblicare una recensione. “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano” di Valter Binaghi, è l’ultimo libro che il vostro barman ha letto (per sé e per voi).
«Ricorda quello che diceva Baudelaire, che aveva una certa esperienza in materia: il capolavoro di Satana è convincerci che non esiste.»
Cosa accade quando le trasgressioni di un gruppo di giovani satanisti si saldano – tra omicidi, rapimenti e traffico d’organi – alle trame di misteriosi circoli esoterici e di laboratori di ricerca coperti da segreto militare?
Enrico Bonetti, cronista di nera in un giornale di provincia, si trova suo malgrado coinvolto in una catena di delitti terribili che aprono scenari insospettabili. Con l’aiuto di un maresciallo dei carabinieri e di un frate davvero fuori dal comune (esorcista e pirata informatico) proverà a combattere il disegno criminale. Sorretto da una trama tanto complessa quanto ben congegnata e sospinto da una potente forza narrativa, questo romanzo inquietante e politicamente scorretto conduce il lettore nel cuore dello scontro eterno tra Bene e Male.
Ci ho messo un po’ a finirlo, per vari motivi. Perché ho avuto poco tempo da dedicargli, certo, ma anche perché non è un libro che si legge in un paio d’ore. E badate bene, non sto dicendo che sia noioso, indigesto. Tutt’altro. La ragione per cui mi ha tenuto compagnia per parecchi giorni è ben diversa: il libro di Binaghi si deve leggere con attenzione, si può passare alla frase successiva solo dopo aver compreso bene quella precedente e questa è cosa non scontata e probabilmente non da tutti – io almeno, non ho difficoltà ad ammetterlo, in alcuni punti ho dovuto applicarmi abbastanza per recepire il messaggio. Citazioni come se piovesse in certi passaggi, rimandi di esoterismo, fantapolitica, teologia e filosofia, cronaca nera, cultura di massa e leggende della Rete. Basterà leggere le pagine dei Crediti per capire quanto il background sia vasto e approfondito.
Ma soprattutto, un bel romanzo, che scava, trivella – direi – nel marcio di una società perversa, una società che si ciba d’orrore e ogni giorno – per quanto cerchiamo di crederla lontana – invade la nostra quotidianità dalle pagine dei giornali e dalle immagini della tv. Satanismo e omicidi (il processo alle Bestie di Satana è cosa di non molto tempo fa), traffici d’organi, desertificazione dell’empatia, che da valore universale si ritrova gemma che brilla nel cuore di pochi. Bonetti tra questi, uomo prima che cronista: mosso non già dalla brama dello scoop ma da sentimenti e passioni; Frate Remigio accanto a lui, religioso strano, tormentato crociato informatico; poi Ljanka, e Spider, e Mabel. Dall’altro lato del fosso, profondo e nerissimo, la legione di chi offre continui sacrifici (in senso pure letterale) al proprio egoismo epicureo, mascherato con vesti esoteriche. Comparse da filmini pecorecci, pupazzi di cera in mano a menti deviate: quella di Gotico, di Palamas, e soprattutto di Runo, il “Male” incarnato di questo romanzo.
Un libro che narra una storia fittizia ma ne racconta tante reali, un’opera che ha una valenza sociale, oltre che letteraria. E quanto a quest’ultimo aspetto, l’unico appunto che forse mi sento di poter muovere a Binaghi, è che troppi personaggi parlano difficile, troppi in grado di pensieri non certo immediati e di considerevole portata intellettuale. A volte, sentendoli parlare, si ha un po’ l’impressione che siano propaggini dell’autore che tende a intrufolarsi nel discorso. Impressione forse mia soltanto, ma che comunque non inficia la bontà del romanzo, che consiglio di sicuro.
Chiudendo, voglio giusto ricordare il simpatico cammeo dedicato ad Avoledo e Bernardi: chi leggerà il libro non faticherà a riconoscerli.
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