Serena Venditto torna in libreria con una nuova avventura dei quattro di via Atri e del gatto Mycroft. Esce infatti per Mondadori “Grand Hotel”, ultima fatica della scrittrice napoletana. Come sanno coloro che hanno già avuto a che fare con questa scrittrice, i romanzi della Venditto sono divertenti e leggere avventure che mescolano con efficacia la componente di giallo classico e quella più rilassante e quasi canzonatoria di narrazione disimpegnata di vita giovanile. Il tutto in una sorta di patchwork che scorre via molto velocemente e lascia un simpatico “sapore” di leggerezza. In effetti, la Venditto è un’autrice che nel salto dalla piccola casa editrice napoletana Homo Scrivens (cui si deve la scoperta di diversi talenti) alla grande Mondadori non ha perso la sua verve creativa e la sua freschezza.
Siamo come al solito a Napoli, in pieno periodo pre-natalizio. Fervono i preparativi per le feste in città e nel condominio di via Atri al numero 36, dove risiedono, oltre al gatto Mycroft, la protagonista Ariel, traduttrice di professione, e i suoi coinquilini Malù, archeologa (come la stessa Venditto) che ha una spiccata propensione per le indagini poliziesche, Samuel (che è anche il suo fidanzato), cuoco eccellente e rappresentante di prodotti per pasticceri e Kobe, musicista giapponese. Reduce da un concorso di dolci natalizi, Malù si imbatte nel cadavere di un amico, dipendente del Grand Hotel Vomero Hill. Sarà da questo ritrovamento che partiranno le indagini dei quattro amici, che avranno proprio l’hotel come baricentro, in un rapporto a dir poco dialettico con il commisario De Juliis, cui spesso le scorribande dei nostri eroi non vanno proprio a genio.
“Grand Hotel”, oltre a essere un romanzo che concede un tributo al giallo classico in stile Agata Christie (Poirot è più volte citato nel racconto ed è un idolo immarcescibile dell’investigatrice Malù), è una celebrazione riverente e quasi commossa del Natale partenopeo, con i suoi presepi, le sue tradizioni culinarie, i riti più o meno noti incentrati intorno ai doni e alle diverse celebrazioni. Tutto questo senza peraltro cedere minimamente ai luoghi comuni triti e ritriti che avrebbero potuto infarcire il tema. Non è infatti una Napoli piagnona, misera e un po’ ottusamente tradizionalista quella che ci arriva dalle pagine di questo romanzo 8come facilmente avrebbe potuto essere), ma invece una città che potremmo dire moderna, multicolore, tenace e orientata al futuro. Un tributo ironico, ma nello stesso tempo molto appassionato, che riesce a fornirci molto bene l’immagine di una città viva e forte.
Questa descrizione della società partenopea è fatta senza far perdere la suspense e il ritmo narrativo del romanzo, in un alternarsi ben dosato di trame poliziesche e di piccoli quadretti di vita pre-natalizia internazionale e multi-culturale. Kobe, come già detto è giapponese, Samuel è mezzo cagliaritano e mezzo nigeriano, mentre la stessa narratrice Ariel è anglo-napoletana. Siamo quindi alle prese con un crogiuolo di tradizioni che, oltre a essere abbastanza abituali per un universo giovanile colto e metropolitano come quello dei nostri protagonisti è in fondo adatto a una città come Napoli che a ben vedere è multiculturale e internazionale da sempre.Quindi, cari avventori del nostro caffè, se avete voglia di prepararvi al Natale in modo scanzonato e giocoso, ma al tempo stesso di leggere una storia che vi farà ricordare i migliori gialli di Agata Christie, pensando che in fondo (ammesso che non viviate già lì) Napoli rimane sempre una grande città da amare, “Grand Hotel” è proprio quello che fa per voi e vi consiglio di non farvelo scappare.
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