La friulana Ilaria Tuti nasce nel 1976 a Gemona del Friuli e lì vive tuttora. Dopo una laurea in Economia e Commercio inizia la sua attività lavorativa come illustratrice ma contemporaneamente continua a coltivare il suo grande sogno nel cassetto: scrivere libri. Dopo aver pubblicato racconti vari, con trama gialla o fantasy, inizia un fruttuoso sodalizio con Longanesi che la porterà a pubblicare nel 2018 Fiori sopra l’inferno che è il primo thriller/noir che vede protagonista la commissaria Teresa Battaglia, una profiler determinata e combattiva che non solo dovrà vedersela, fin dall’inizio, con il mondo maschilista che la vuole vedere relegata in ruoli di subordine ma anche con patologie che la mineranno sempre più nel corpo e nell’anima. Esce nel 2019 Ninfa dormiente (secondo libro con Teresa Battaglia) che ebbe esattamente come il precedente uno straordinario successo di pubblico e di critica a tal punto da risultare entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Nel 2020 realizza un altro capolavoro: il romanzo storico Fiore di roccia, ambientato durante la prima guerra mondiale, che vede come protagoniste le indispensabili e tenaci, anche se troppo poco ricordate e omaggiate, portatrici carniche. Risulterà con questo straordinario romanzo vincitrice del Premio Cortina d’Ampezzo (categoria “Narrativa di montagna“).

Mentre stava già lavorando al sequel di Ninfa dormiente, la nostra Ilaria Tuti è stata colpita da un lutto familiare per cui pubblica (gennaio 2021) Luce della notte, sempre con Teresa Battaglia ma ambientato in un periodo precedente e i cui proventi sono stati devoluti al Centro Oncologico di Aviano a favore della ricerca sul sarcoma di Ewing.

Avevo letto tutto di questa bravissima scrittrice per cui quando Thriller Café mi ha proposto di recensire l’ultimo suo thriller (Figlia della cenere. Longanesi, 2021) diversi stati d’animo mi hanno pervasa… innanzitutto l’entusiasmo (perché leggere Ilaria Tuti è sempre garanzia di trovarsi di fronte ad un’incredibile penna), poi l’inquietudine (perché con lei non si fanno solo i conti con il “dolore” della protagonista ma anche con il nostro che spesso cerchiamo di celare e di rinchiudere in un angolino recondito) e poi, infine, con un po’ di preoccupazione che era legata al desiderio, come piace fare a me, di riuscire a cogliere ogni minimo dettaglio del messaggio che l’autrice in ogni suo romanzo ci vuole trasmettere.

Il commissario Teresa Battaglia, che all’anagrafe aveva poco meno di sessant’anni, fiaccata  nell’anima e dolorante nel corpo (in seguito alla tragica indagine che l’aveva vista salva per miracolo in Ninfa dormiente) se ne sentiva più di ottanta si reca al carcere di massima sicurezza perché un pluriomicida, reo confesso, chiede di parlare con lei e con lei soltanto. Si tratta di Giacomo Mainardi un cinquantenne dal fisico asciutto e dai capelli incanutiti che, dopo ventisette anni di detenzione, è riuscito misteriosamente ad evadere ma che si è riconsegnato, dopo poco tempo, ai poliziotti che l’hanno riportato immediatamente in carcere. Teresa si presenta al suo cospetto in compagnia del fido ispettore Massimo Marini sia perché suo braccio destro, sia perché la brutta avventura dell’ultima indagine e il morbo di Alzheimer, patologia che ormai da tempo l’ha colpita togliendole irreversibilmente autonomia e “tessere” di memoria, la vedono costretta a fidarsi e affidarsi a colui che sente un po’ come figlio. Il serial killer racconterà a Teresa che, durante il periodo di latitanza dopo l’evasione, è stato contattato per uccidere un uomo anziano e che lui ha eseguito il tutto secondo le coordinate che gli erano state indicate ma che ora il corpo non si trova più e che si è sentito braccato da qualcuno che all’esterno voleva ucciderlo per cui si è riconsegnato alla polizia perché riteneva il carcere il luogo più sicuro per lui. Sarà vero il racconto di Giacomo Mainardi? Che fine ha fatto il cadavere? Per rispondere a queste domande la nostra commissaria dovrà fare un tuffo nel passato. In quel passato tragico e doloroso che tanto ha segnato la sua vita… infatti 27 anni prima la sua vita e quella di Giacomo (perché così lo chiama lei) si erano incrociate «scontrate, in parte dissolte al contatto luna con laltra. In parte, rafforzate.» L’allora ispettrice Teresa Battaglia aveva dovuto indagare su alcuni delitti efferati compiuti da un probabile serial killer che colpiva prevalentemente uomini anziani massacrando parti del loro corpo e asportando alcune ossa o falangi. Quel serial killer era proprio Giacomo Mainardi che allora era poco più che ventenne e aveva una grande passione: realizzava mosaici che erano dei veri e propri capolavori all’interno però dei quali mimetizzava messaggi e indizi che riconducevano tutti alle sue vittime. «Cosa distingue un artista da un assassino seriale? La forma espressiva. Ma entrambi pensano per immagini, dialogano con raffigurazioni interiori, comunicando il proprio universo psichico. Si estraniano dalla realtà per creare e vi tornano solo per concretizzare, che significa agire

La Teresa di oggi sempre più convinta a lasciare indagini e squadra dovrà però “stringere un’altra volta i denti” e andare avanti perché se vuole risolvere il nuovo enigma architettato da Mainardi dovrà fare i conti con l’inferno più doloroso di quel passato che non ha mai raccontato a nessuno… «Per sentire il dolore degli altri a volte bisogna riportare in vita il proprio, come uno spettro che ha ancora il potere di increspare la pelle.»

In Figlia della cenere ritroviamo Teresa Battaglia, la commissaria autorevole, determinata, empatica, leader naturale di una squadra che tanto ama e che infinitamente la stima e la protegge, ormai stanca sia di mentire sulla propria patologia (che l’ha resa sempre più fragile, vulnerabile e legata inesorabilmente alla sua memoria “di carta”) sia di dover combattere quotidianamente con i suoi “demoni” che vengono dal passato e che non l’abbandonano mai. Ma lei non si arrende e, nonostante sia seriamente intenzionata a lasciare le indagini e la carriera, caparbia e testarda quale è non molla perché convinta che per “risorgere” dovrà prima precipitare nell’inferno perché solo «per aspera ad astra (lat. «attraverso le asperità [si giunge] alle stelle»)».

Teresa, che non è un personaggio ma piuttosto una persona, ha un dono veramente grande che la rende speciale: uno straordinario intuito che le permette di capire e di collegare gli elementi di un’indagine perché vede col cuore oltre che con la mente, ha compassione anche degli assassini perché «Siamo tutti vittime di qualcuno e tutti siamo stati almeno una volta carnefici. Alcuni si salvano o vengono salvati. Altri soccombono…».

La storia si svolge, con un ritmo che toglie il fiato, su tre piani temporali che si intersecano ed interagiscono uno con l’altro: l’oggi (che inizia quando Teresa viene convocata in carcere), ventisette anni prima (da dove tutto ebbe inizio) e il IV secolo che ci porta ad Aquileia, in provincia di Udine, per farci scoprire i simbolismi di una religione passata e le lotte tra i primi cristiani, eretici per i cristiani ortodossi, e quelli che praticavano culti egizi e il tutto tramandato con affascinanti mosaici teodoriani rimasti per millecinquecento anni nell’ombra, rivestiti da un secondo strato di marmi.

Straordinaria e affascinante è, a mio avviso, la metafora del mosaico (scelta ovviamente non a caso da Ilaria Tuti) che mette in parallelo i mosaici millenari e quelli dei ricordi perché tutti noi, prima o poi, in seguito ad un “inciampo” più destabilizzante di altri siamo costretti a rimettere assieme i pezzi della nostra vita per trovare la forza e il coraggio per andare avanti.

Numerosi, profondi e dolorosi sono gli argomenti trattati in questo libro che non solo non passano inosservati ma che ci fanno riflettere a lungo. Ad iniziare da quanto le donne abbiano sempre dovuto, e ancora è così, lottare per affrancarsi da una mentalità maschilista che ha difficoltà a vederle, senz’altro perché le teme, ricoprire posti di comando e/o di responsabilità; di quanto spesso la parola “amore” venga usata anche per descrivere quello che amore certo non è ma è possesso, gelosia ossessiva e desiderio di distruggere l’autostima dell’altro fino a farlo sentire una nullità; di quanta violenza ogni giorno le donne debbano subire perché la “famiglia” (genitori, figli, mariti…) non è sempre garanzia di protezione perché «Alcuni uomini violenti riescono a essere assassini nei fatti, ma tutti loro lo sono emotivamente e psicologicamente. Si può uccidere con le parole, con un atteggiamento intimidente…»; quanto sovente, e Teresa ben lo sa, spesso dietro ai mostri si nasconde una sofferenza indicibile, un’infanzia violata, che porta gli assassini a perpetuare crimini per cercare disperatamente di annientare colui (o colei) che ha distrutto la loro vita…

E poi c’è la disabilità con tutte le sue problematiche annesse e connesse quali il rifiuto di accettarsi, la difficoltà a chiedere aiuto e ad affidarsi agli altri che la Tuti affronta con estrema sensibilità e delicatezza consegnandoci una frase straordinaria «L’essere umano è progettato per sopravvivere. Grandiosamente. Anche alla mancanza di un senso, anche alla perdita di un arto, anche… a questo.»

Ilaria Tuti si è superata ancora consegnandoci un thriller introspettivo che è contemporaneamente sia brutale che delicato. Che ci racconta una storia che attanaglia alla gola narrata con una scrittura raffinata ed elegante ma anche semplice e pulita per cui accessibile a tutti, decisamente evocativa grazie all’utilizzo di parole che colpiscono con immagini e suoni e altre che muovono e smuovono emozioni profonde. Non c’è un solo capitolo o paragrafo fine a sé stesso infatti ogni termine utilizzato è frutto di una ricerca precisa e dettagliata del modo più efficace, ma anche più semplice, per trasmettere a noi lettori l’anima della storia e dei suoi personaggi (siano essi un commissario di polizia o un serial killer).

In conclusione Figlia della cenere è un libro al femminile che possiede un’anima bella e che come tutte le donne mostra ora la sua fragilità ora la sua forza ora la sua determinazione.

Si domandano tutti… tornerà Teresa Battaglia? Io spero di sì, anche solo per un abbraccio finale, perché… «Eri polvere, ma la sofferenza è diventata fuoco… Ti ha resa incandescente. E dalla cenere della tua vita precedente sei rinata. Questo è il destino dei comandanti, commissario Battaglia. Non abbassare mai più la testa, davanti a niente e a nessuno. Nemmeno a te stessa.

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Figlia della cenere
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Figlia della cenere
  • Tuti, Ilaria (Author)