Una storia nera di redenzione impossibile come Cuori in trappola di Jennifer Hillier è quello che ci vuole per evadere davvero dalla realtà, lasciarsi alle spalle una giornata pesante ben sapendo che i personaggi del libro ne avranno vissuta una peggiore della tua. Anche in mezzo a tanta disperazione, a tante colpe non espiate e al senso di colpa che ci colpirebbe, se non potessimo più essere perdonati da qualcuno, si deve però trovare un equilibrio. Non perché il lieto fine sia necessario ma per non rendere il racconto troppo scuro da sembrare inverosimile, per non cadere in dei cliché che macchiano un romanzo altrimenti molto avvincente.
In breve, infatti, Cuori in trappola si presenta bene. Georgina detta Geo, la protagonista, testimonia al processo di un omicidio avvenuto 14 anni prima, quando frequentava il liceo. La vittima è Angela, la sua ex migliore amica, mentre l’imputato è Calvin, il ragazzo di Geo anche noto come “lo strangolatore di Sweetbay”. Calvin, infatti, ha commesso degli altri omicidi, le cui indagini hanno portato la polizia a scoprire anche il primo della serie, che mancava all’appello. Ma ora altri omicidi ancora danno da fare alle forze dell’ordine…
Il racconto si sviluppa in parallelo su diversi livelli temporali: il presente, in cui Georgina sconta la pena in carcere e la polizia indaga sulle nuove uccisioni; i flashback di un passato prossimo, di poco precedente all’arresto di Geo; gli anni del liceo, che riportano alla luce il vissuto adolescenziale, i traumi dei protagonisti. L’alternanza dei piani temporali dà un ritmo gradevole alla storia, senza appesantire troppo l’uno o l’altro filone.
Per certi versi, la macro-struttura (e alcuni dettagli sugli omicidi, che taceremo per non rovinare la sorpresa) ricorda Il silenzio degli innocenti e Red Dragon: un killer torna a uccidere e instaura un dialogo con una persona legata a lui e alle indagini, l’eroina deve confrontarsi con il mostro e riuscire a scoprire le sue mosse (o quelle di qualcuno che cerca di imitarlo?). Il modus operandi del killer, poi, ricorda (anche troppo) quello di un “assassino da baia” ben più noto, il macellaio di Bay Harbor.
La profondità e l’interesse per i personaggi, tuttavia, non sono gli stessi messi in campo da Thomas Harris: spesso c’è un rapporto troppo diretto e deterministico fra trauma infantile e condotta presente, che finisce per appiattirne il carattere e risolvere tutto quando, senza scomodare Goethe, sono gli equilibri (per quanto precari) tra luci e ombre che ci fanno affezionare a un buono o a un cattivo.
C’è poi qualcos’altro che sporca la storia, ogni tanto ma per tutta la sua lunghezza:
- le spiegazioni su come funziona il carcere sono stucchevoli e hollywoodiane, per approssimazione, e tanti snodi narrativi fin troppo prevedibili;
- pare che le scene di sesso (volontario e forzato) siano descritte senza un obiettivo narrativo vero e proprio ma con una prurigine un po’ malsana, la voglia colpevole di un voyeur;
- spesso si lascia che siano tic, aspetti esteriori o riferimenti culturali troppo pop a descrivere le emozioni dei personaggi: le citazioni, soprattutto canzoni, funzionano meglio in un racconto dove siano realmente coinvolti anche la vista e l’udito. Stephen King si può considerare una quasi-eccezione alla regola;
- si nota una tendenza a dare troppa importanza ad alcuni dettagli della quotidianità che non portano davvero avanti il racconto: se c’è una pistola, deve sparare.
E tutto questo è un peccato, perché il primo capitolo di Cuori in trappola è ben scritto e sebbene la copertina, il titolo e la collana lascino immaginare di fronte a che genere di romanzo potremo trovarci, queste pagine lo dissimulano alla perfezione. Possiamo immaginare di avventurarci in un racconto giudiziario, che nei capitoli successivi si trasforma gradualmente in un romanzo carcerario. Al di là del genere, però, non ritroveremo La parola ai giurati o la prima stagione di Prison Break.
Recensione di Paolo Ottomano.
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