Cucinare un orso – Mikael Niemi
Etichettato con: Gialli Nordici
Quello che vi presentiamo oggi al Thriller Café è un thriller davvero molto particolare: Cucinare un orso dello scrittore svedese Mikael Niemi, edito nel 2018 dalle eleganti edizioni Iperborea.
Ci troviamo a metà Ottocento nel profondo nord della Svezia, a Pajala, un piccolo gregge di anime condotte dal pastore Lars Levi Laestadius. Si tratta di una figura religiosa realmente esistita, vissuta tra il 1800 e il 1861, e nota per aver predicato il “Risveglio”, una sorta di dottrina cristiana estatica che metteva al centro l’astinenza dall’alcol. Il suo verbo fa balenare le fiamme dell’inferno e le gioie del paradiso nel cuore di tutti, ma soprattutto in quello degli ultimi, in questo caso i Sami, una misconosciuta e affascinante minoranza etnica scandinava dedita all’allevamento nomade delle renne, che, per molti versi, ricorda i più celebri nativi del Nord America.
Il pastore, però, non è soltanto un religioso, ma anche un appassionato botanico e naturalista, che vaga nelle foreste e nelle paludi alla ricerca di piante e fiori da classificare accompagnato da un ragazzo silenzioso. Il suo nome è Jussi, un trovatello sami con un passato tormentato alle spalle che lui ha allevato come un figlio, ma il resto del villaggio lo tratta con diffidenza e lo considera un noaidi, uno sciamano e figlio di strega. È proprio quest’ultimo la voce narrante principale della storia: una voce piena di ingenuità, meraviglia e poesia.
La vicenda si apre con una scomparsa misteriosa: una serva svanisce nella foresta. Su un albero, viene ritrovato il graffio di un orso. L’autorità locale, rappresentata dal tronfio e arrogante giudice Brahe, fa in fretta a liquidare la scomparsa attribuendola alla belva, ma il pastore inizia a indagare per conto suo, coinvolgendo il giovane Jussi e istruendolo nella ricerca degli indizi. Ben presto, la loro indagine porterà alla luce lati oscuri e drammatici della comunità.
Malgrado l’ambientazione “nordica”, non aspettatevi uno dei soliti gialli scandinavi che oggi sono così in voga. Niemi ha uno stile piuttosto lontano dalla scrittura secca e minimalista di un Mankell o di un Larsson: la sua prosa ha una vena poetica e palpitante, ricca di descrizioni paesaggistiche e di slanci lirici. In certi passaggi, viene addirittura il sospetto che la trama “gialla” sia soltanto un pretesto per raccontare la dura bellezza di quei luoghi.
Ciononostante, Cucinare un orso è una detective story ben costruita, con indizi e colpi di scena nell’indagine: il ritmo non è certo da cardiopalma, ma la struttura della storia è solida e convincente. Da alcuni, quest’opera è stata avvicinata a “Il nome della rosa” di Umberto Eco, soprattutto perché la relazione tra il pastore e il giovane sami fa venire in mente quella tra il magister Guglielmo da Bascavilla e Adso da Melk. Ciò è sicuramente vero, ma l’opera manca della ricchezza di sottotesti e riferimenti che ha reso immortale l’opera di Eco. In particolare, se siete alla ricerca di informazioni sui Sami e su quale sia la loro tragica storia, dovrete purtroppo cercare altrove: nel corso della narrazione, molto viene dato per scontato e l’autore allude più che spiegare. A questo proposito, vi consiglio piuttosto un bellissimo documentario di recente produzione di nome Sami blood.
In ogni caso, Cucinare un orso è una lettura interessante e diversa perché evoca nel lettore un mondo lontano e a suo modo esotico e lo fa utilizzando parole belle e scelte con cura. Un viaggio in cui l’esperienza del cammino è forse più interessante della meta stessa.
Recensione di Gian Mario Mollar.
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