Colpo a freddo – Andy McNab
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A fine agosto Longanesi ha pubblicato, nella collana La gaja scienza, Colpo a freddo (Titolo originale: Cold blood) del britannico Andy McNab, un nuovo capitolo della longeva saga di Nick Stone con traduzione di Maria Laura Capobianco e Stefano Tettamanti.
Cinque ex militari, reduci da una missione nella quale sono stati feriti, si trovano in Afganistan per riprendersi e prepararsi ad affrontare una spedizione al Polo Nord. Un ufficiale del SAS (Special Air Service, il reparto d’élite dell’esercito britannico) convoca Nick Stone perché vi partecipi anche lui e Stone, provato per la scomparsa di due tra le persone che gli sono più care, non esita ad unirsi alla spedizione. Equipaggiato contro il freddo e contro gli orsi polari, il gruppo parte dall’aeroporto più a Nord del mondo alla volta del Polo Nord. Ancora non lo sanno, ma come avranno modo di capire presto, non dovranno temere solo gli orsi, ma anche – e soprattutto – gli uomini. Sta per scatenarsi una guerra e Stone deve decidere da che parte stare.
Andy McNab, pseudonimo dietro il quale l’autore si nasconde per motivi di sicurezza, è entrato nel SAS nel 1984 e vi è rimasto fino al 1993 prendendo parte ad operazioni in tutto il mondo. Nel 93 ha cominciato a scrivere, dapprima raccontando le sue esperienze di soldato in Pattuglia Bravo Two Zero e Azione immediata, poi dedicandosi alla narrativa di azione. Controllo a distanza, il suo primo romanzo, ha inaugurato la fortunata serie di Nick Stone. A questa serie appartengono anche: Crisi quattro, Fuoco di copertura, Bersaglio in movimento, Sotto tiro, Nome in codice: Dark Winter, Buio profondo, Lo sterminatore, Contraccolpo, Fuoco incrociato, Forza bruta, Ferita letale, Ora Zero, Silencer, Medaglia al valore e Detonator. Longanesi ha pubblicato anche Plotone Sette, sulle esperienze dell’autore nei SAS. Con Robert Rigby ha scritto Il ragazzo soldato. Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Longanesi.
Vi lasciamo qui di seguito l’incipit di Colpo a freddo:
1
Longyearbyen
Latitudine: 78.2461 Nord
Longitudine: 15.4656 Est
La mano guantata dell’americano afferrò il bracciolo con tanta forza che temetti volesse scardinarlo. «Oh, cazzo!»
Dei respiri affannosi gli sfuggivano tra i denti. Teneva gli occhi serrati e qualche rivolo di sudore gli colava lungo la fronte, anche se la cabina non era riscaldata: l’impianto era rotto, per cui ci eravamo tenuti addosso i cappotti. Io portavo un piumino leggero a collo alto. Là fuori, tra i ghiacci, mi sarebbe servito ben altro, ma non avevo nessuna intenzione di lamentarmi. L’americano aveva un parka imbottito comprato da poco, ma sotto il cappuccio non si era messo il berretto. Doveva essere la sua prima volta nell’Artico: testa, mani e piedi vanno tenuti al caldo, o il gelo ti ammazza. Più o meno come la turbolenza che minacciava di ammazzarci tutti, con buona pace dei piloti.
Sotto l’aereo comparvero le case in legno di Longyearbyen. Sembravano le sgargianti decorazioni di una gigantesca torta di Natale. Ma da lassù le apparenze potevano ingannare. A quelle latitudini, un aeroporto era soltanto una striscia d’asfalto in mezzo alle montagne.
Una sferzata di vento frustò l’ala sinistra mentre davanti a noi si presentava la pista coperta di ghiaccio. La pancia dell’aereo della Scandinavian Airways sprofondò di colpo, poi risalì tentando di riprendere quota.
Dai russi pochi sedili più in là si alzò un urlo euforico. Un attimo dopo si slacciavano le cinture e si voltavano a schiamazzare con i compari seduti dietro. Avevano tracannato vodka per tutto il viaggio e quel volo acrobatico li aveva particolarmente divertiti. I motori dell’aereo stridettero e la punta si sollevò bruscamente: stavamo salendo di nuovo. Le imperturbabili assistenti di volo danesi provarono a convincere i russi a rimettersi la cintura, ma senza successo.
Un secondo vuoto d’aria ci fece sprofondare di venti metri. L’americano mi artigliò l’avambraccio e lo strinse come se me lo volesse strappare. Mi spostai di lato. La pista scomparve oltre una cortina di nuvole e subito ci investì un’altra perturbazione, sballottandoci su e giù come un King Kong invisibile.
Dall’interfono uscì la voce metallica del comandante. Blaterò qualcosa in norvegese e in russo, ma il rombo dei motori copriva le sue parole. Non poteva fregarmene di meno. Non sono tipo da preghiere, ma una parte di me pregava che il volo riprendesse senza tante chiacchiere. Almeno quel coglione del mio vicino di posto si sarebbe dato una calmata e avrebbe smesso di rompere il cazzo.
Libri della serie "Nick Stone"
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