David Dodge è stato un autore statunitense di romanzi polizieschi, oltre che di bizzarre e anticonformiste guide turistiche, a metà tra il biografico e il farsesco; dal suo libro To catch a thief, del 1952 (Caccia al ladro, in Italia grazie a Time Crime, Fanucci, 2021), è stato tratto il celebre film, dall’omonimo titolo, di Alfred Hitchcock, con Cary Grant nel ruolo del protagonista.
Ma non finisce qui: l’influenza culturale di film e romanzo è notevole, dato che ha ispirato anche tutto il contesto narrativo de La Pantera Rosa, un episodio della serie televisiva Bones, oltre che adattamenti radiofonici e audiolibri.
E di Caccia al ladro esiste anche una recentissima (2019) versione televisiva argentina! Una piccola nota cronistorica: la vicenda narrativa descritta da Dodge è di ispirazione parzialmente reale e personale. Durante la sua residenza in Europa (Francia), la villa di un suo vicino viene svaligiata da un ladro acrobata.
Vediamo le similitudini nella vicenda romanzata.
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Ambientato in Francia nel 1951, il romanzo descrive la vita tranquilla di John Robie, che sembra dedicarsi al giardinaggio e alla pace dell’anima in una soleggiata villa sulla Riviera Francese.
Robie è un ex ladro professionista, dalle notevoli doti atletiche; si è dedicato in passato al furto di gioielli e reperti preziosi, prelevandoli dalle ricche ed eleganti stanze di hotel e abitazioni in Costa Azzurra.
Non solo: il Gatto (questo il suo soprannome) ha anche un importante passato storico, dal momento che è stato un esponente di spicco della Resistenza Francese, durante la Seconda Guerra Mondiale. L’azione fa il suo repentino ingresso nella trama, dal momento che il protagonista è ricercato: la polizia irrompe nell’abitazione, per arrestarlo. Tutto quanto, in poche pagine, sembra tornare prepotentemente a galla e a Robie non rimane altro da fare che chiedere aiuto a un suo vecchio compagno di scorribande, il malavitoso Bellini, il quale vive e opera a Cannes. A quanto pare, qualcun altro si sta spacciando per il Gatto, compiendo razzie sotto falso nome: se Robie intende uscirne fuori e tornare alla propria tranquillità, ebbene egli deve capire chi è gli si sta sostituendo. Lo farà assumendo una falsa identità: quella di un uomo appesantito dagli anni e stempiato (Jack Burns). Burns intende muoversi senza dare nell’occhio, risultando a ogni modo affascinante agli occhi del lettore, oltre che delle sue controparti femminili.
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La caratterizzazione dei personaggi è notevole: in specie l’amico Paul, rimasto prematuramente vedovo e dall’animo nobile, arriva quasi a danneggiare la posizione del protagonista, pur di salvarlo da se stesso e dalle sue vicende.
L’assicuratore Paige si aggira ai margini della storia come un buon personaggio noir: cerca di vederci chiaro e tenta di non pagare, se non in caso di estrema necessità.
Le signore ricche e imbellettate giocano al casinò, cariche ed esagerate nella loro configurazione estetico-caratteriale; vi è infine una piacevole contrapposizione tra il commissario Oriol – che conosce la vera identità di Robie, ma instaura con lui un normale rapporto di buon vicinato – e l’ispettore che si occupa delle indagini ufficiali. Questo buffo antagonista compie goffi errori di valutazione, offrendo dunque spunti di comicità, sempre ben accetti.
Sicuramente ammirevole per l’epoca in cui è stato scritto, lo stile di Dodge si contraddistingue per una sorprendente complicatezza logica e di stile, che fa riflettere il lettore sulla maestria con la quale sono stati congegnati gli eventi e le relazioni tra i personaggi.
L’utilizzo di tropoi quali il gioiello come merce preziosa, i panorami di una bellezza devastante già su pagina scritta, la femme fatale e il retroterra storico fanno pensare alla struttura di un altro, nobile genere letterario, ovverosia il romanzo di avventura.
Tuttavia l’autore sembra voler rimanere ancorato con precisione e dedizione al genere della suspense, specie nelle transizioni del non detto, ove si passa dalla mistica irrealtà della pace apparente a eventi e dialoghi che si susseguono in maniera sempre più angolare, fitta e soffocante. Ma poi è di nuovo dato spazio al nitore concettuale, alla contrapposizione tra gli ambienti ricchi e la semplicità di contesto così tipica degli anni Cinquanta (gli stabilimenti balneari e il sottobosco sociale)…
Buona lettura.
Recensione di Claudio Serafin.
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