Brooklyn Crime Novel – Jonathan Lethem
Jonathan Allen Lethem (New York, 19 febbraio 1964), nasce a Brooklyn, primo di tre figli di Richard Brown Lethem, un pittore d’avanguardia statunitense. L’autore è apprezzato e conosciuto per il suo stile letterario, dove convivono una grande varietà di generi e registri. Se si conosce questo di Jonathan Lethem, allora non ci sarà sconcerto e meraviglia di fronte ai primi capitoli del suo ultimo romanzo, “Brooklyn Crime Novel”.
Dal titolo si può pensare a un’opera noir, che ha come teatro la zona di Brooklyn. Non è sbagliato, ma questo libro è un viaggio, l’epopea di un quartiere, la cronistoria di cinquant’anni di vita nelle sue strade, dove su tutte domina Dean Street.
In queste pagine c’è la vita vissuta per strada, sui marciapiedi, anno dopo anno, raccontata dall’autore e offerta al pubblico dal particolare punto di vista dei bambini.
Sono loro i protagonisti: bambini e preadolescenti, adolescenti, che a Brooklyn sono cresciuti, imparando o meno le regole della strada, la “danza” tra chi fruga nelle tasche e chi, immobile, lascia che gli venga preso l’obolo per il rapinatore, tenendosi nel calzino i soldi per il gelato, la pizza o il cinema.
Si parla di crimini, che avvengono ogni giorno, ogni ora, sotto la luce del sole, che vengono portati avanti come giochi, scherzi, in maniera così “normale”, da non sembrare nemmeno soprusi. E questo fa riflettere. Se non c’è il morto, se non c’è violenza che lascia lividi e tagli, se c’è questa specie di accettazione, un patto inespresso tra aggressore e vittima, si può parlare di crimini? È forse la spiegazione dell’indifferenza moderna verso certi fatti?
Lethem scrive tante istantanee, capitoli brevi che sono immagini di vita di quartiere, senza nemmeno tenere un filo temporale logico, ma saltando tra anni ’70, ’80, ’90, 2000, 2019.
Non fa mai un nome. Il lettore si accorge che si parla di un numero circoscritto di protagonisti, sebbene sembrino una moltitudine. Nessuno ha un nome e un cognome, ma vengono identificati con soprannomi, un’iniziale, con il fatto che certi di loro girano in coppia. Ci sono bambini bianchi e neri, portoricani, italiani ed ebrei. Un’oasi dove crescono tutti insieme eppure divisi, dove c’è razzismo, ma anche unione, una mescolanza che sembra foriera di grandi possibilità, dove crescono fiori avvelenati.
Sono bambini, che giocano alla vita, che poi diventano adulti che in realtà sono sempre bambini, solo con facce più stanche e sciupate. Adulti che ricordano, o dimenticano, oppure cercano di dimenticare o reinventare e in questo si evince quanto siano stati traumatizzati, segnati, da qualcosa che sembrava un gioco.
Anche il narratore, che spesso rompe le regole e si rivolge direttamente al lettore, è uno dei bambini di Dean Street, ma non aspettatevi una rivelazione più precisa. Può essere Lethem, è facile identificarlo nell’autore, ma forse sarebbe troppo facile.
È lungo, articolato “Brooklyn Crime Novel”, così lungo da farci sembrare tutto normale, anche quello che dovrebbe far indignare. Quando poi arrivano i crimini più grandi, si prova un vuoto allo stomaco, perché il lettore non può fare a meno di notarli, e di provare vergogna per aver accettato, dimenticato, minimizzato, tutto ciò che concerne la “danza”, una danza criminale diventata perfino banale.
E gli adulti, ci sono in questo libro? Sì, certo, ci sono padri e madri. Che restaurano o meno case, che lavorano o si stonano, che sono ricchi ubriaconi, o ubriaconi e basta, che sono in carcere, che vanno a trovare i coniugi in carcere. Genitori che danno i soldi ai figli da nascondere nei calzini e quelli da dare ai rapinatori. Adulti che della strada e delle sue regole non sanno nulla o non capiscono, inadatti a difendere i figli o a fornirgli gli strumenti per difendersi. Il marciapiede è una giungla dove i bambini crescono e imparano per forza, una giungla che gli adulti non vedono o hanno dimenticato.
Da un lato “Brooklyn Crime Novel” è affascinante, oscuro, appassionante, d’altro canto si prova quasi sollievo quando si arriva alla fine, perché è tanto esteso.
Abbiamo seguito i suoi protagonisti da piccoli, fino a vederli quasi cinquantenni. Hanno preso strade diverse, ma il quartiere è sempre dentro di loro, consegnando l’insegnamento che l’uomo può lasciare la strada solo in apparenza, perché è una parte di lui che si porta dietro ovunque.
Curioso, prolisso, formativo, triste, noir e narrativa, giallo e dramma. Quest’opera dopo essere stata letta decanta a lungo in testa, perché dice tanto, così tanto, che sembra non abbia detto nulla. Un controsenso? No, è la rappresentazione della vita, una danza che non sempre ha senso, ma un gioco che tutti siamo obbligati a giocare, anche se sappiamo in partenza che non vinceremo.
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